Difendersi dalla disinformazione sulla depressione

Nei giorni scorsi sono apparsi sul web, anche su testate autorevoli, una serie di articoli che presentavano il nostro paese come vittima di un allarmante abuso di psicofarmaci. Anche la politica non ha mancato di dire la sua, affrontando la delicata questione con una totale mancanza di sensibilità.

Prima l’ho letto, uno di questi articoli, poi ho provato irritazione, ma era mattina e non volevo permettere alla giornata di guastarsi. Poi due giorni dopo il curatore di questa pagina me lo ha riproposto: “sai, sta girando parecchio su internet…forse è il caso di dire qualcosa”. 

Così ci provo, a dire qualcosa, in fondo, penso, lo devo ai miei pazienti, di cui ben conosco la sofferenza e qualche volta la disperazione. Mi forzo, quindi, a tradurre la mia emotività in pensieri e il primo è che quando si legge un articolo come questo, su di un argomento che si conosce bene, viene da dire che è meglio smettere di leggere i giornali.

Eppure, solo una settimana fa, ero a cena con un noto e competente giornalista di Torino che mi ha spiegato che l’essenza del suo lavoro consiste semplicemente nell’accertare la verità e raccontarla; ma la verità ha bisogno di abbeverarsi a fonti disinteressate e competenti. È un lavoro molto impegnativo scoprire la verità per raccontarla. Difficilissimo poi farlo in un campo, come quello della “depressione”, in cui tutti coloro che si occupano, a torto o a ragione, di disagio mentale ritengono di poter fornire la risposta vincente.

Prendiamo l’articolo scritto da Sandro Cappelletto. È un’analisi che prende spunto da alcuni dati epidemiologici interessanti, che però fallisce nel fornire una valutazione equilibrata del problema in questione. Innanzi tutto non definisce l’oggetto dell’analisi. Di che cosa si parla? Di disagio esistenziale, di debolezza umana, di difficoltà  ad accettare i limiti della vita, di conseguenze dello stress o di malattia depressiva vera? Di questa no, anzi questa non è mai davvero evocata.

E allora fioriscono nel corso dello scritto una serie di approssimazioni che soffocano la possibilità di un’informazione bilanciata e vicina alla verità. Non ci sarebbe voluto molto a dire, ma bisognava avere buone fonti, che esiste il disagio esistenziale, il lutto e poi anche la malattia depressiva vera, quella che se non trattata farmacologicamente si configura come “mal practice”, e lo psichiatra, in caso di suicidio del paziente o lesioni a parti terze, ne risponde legalmente.

No, questo aspetto il giornalista pare non averlo ben chiaro; ma, invece, supportato dal suo “esperto” dà fiato al solito retrivo e ideologico tema degli interessi delle multinazionali del farmaco. Ma non è stato informato dai suoi esperti che tutti i brevetti dei farmaci antidepressivi sono scaduti, eccetto uno, e che quindi nessuna delle aziende investe alcunché su questi farmaci?

E poi come è possibile citare casi di suicidio allargato che sarebbero diventati tali perché il malato/suicida/assassino avrebbe rifiutato di coricarsi sul lettino dello psicologo. Suggerendo, quindi, che un disturbo mentale grave, come quello citato, sia un problema emotivo da trattare nello studio dello psicologo e non una vera malattia mentale che necessita di una precisa presa in carico di tipo psichiatrico. Fa specie, inoltre, che tra gli esperti consultati non sia annoverato uno psichiatra, pur non mancando però la testimonianza di un’illustre professore di filosofia morale che pur dice la sua in merito alla questione. 

Eppure sarebbe bastato raccontare che cosa è la malattia depressiva, quella vera, quella per cui ci si uccide, si perde il lavoro e pure gli affetti. In mancanza di uno psichiatra di scuderia sarebbe bastato rivolgersi alla Società Italiana di Psichiatria per ricevere un’informazione equilibrata in merito e, dopo, si sarebbe potuto dare voce a tutti gli psicologi, filosofi, sociologi, assistenti sociali, educatori ecc. perché dissertassero come meglio credevano sul disagio dell’esistere e delle sue ragioni. In questo modo non si sarebbe fatto un torto a chi di malattia depressiva soffre per davvero e che in questa zoppa analisi è stato assimilato a quelle persone un po’ “depresse”, perché poco inclini ad accettare i limiti dell’esistere.

Bastava poco, ma troppa ideologia, troppi interessi di bottega  e troppa ignoranza congiurano per soffocare le, pur incerte, verità scientifiche sulla malattia mentale.

CR


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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