I diversi modi di reagire delle vittime di stalking

È solo dal 1995 che disponiamo di un termine oggi da tutti condiviso anche in ambito scientifico per le molestie persistenti, lo stalking. Meloy, sull’American Journal of Psychiatry, lo ha descritto come «il volontario, malevolo e ripetuto controllare o molestare una persona al punto da fargli temere per la sua integrità». Nel 77% dei casi lo stalker è un conoscente, e spesso è una persona con cui si ha avuto una relazione.

Le vittime di Stalking possono presentare un quadro sindromico caratterizzato da ipervigilanza, paura eccessiva, persistente incapacità di provare emozioni positive, riduzione delle capacità lavorative e sociali e, anche, aspettative negative relative a se stessi, agli altri o al mondo, che si correlano a sentimenti di sfiducia, rabbia, umiliazione. Quando questi quadri sindromici raggiungono una particolare intensità possono portare a scenari di sofferenza ascrivibili al Disturbo da Stress Post Traumantico, all’episodio Depressivo Maggiore, al Disturbo di Panico. In questi casi diventa necessario un aiuto di tipo psichiatrico e terapie farmacologiche mirate. Purtroppo non è infrequente l’abuso di psicofarmaci in assenza di controllo medico.

L’analisi della letteratura scientifica (1) ha permesso di individuare cinque peculiari modi di reazione delle vittime di stalking: moving away, moving with, moving against, moving inward, moving outward. Vediamoli:

  • moving away – scappare, cercare di evitare qualsiasi tipo di contatto con il molestatore;
  • moving with – cercare di negoziare una nuova relazione con il molestatore che sia per entrambi più accettabile;
  • moving against – cercare di ferire, di punire il molestatore;
  • moving inward – cercare un significato personale (autocolpevolizzazione) e una soluzione di ciò che accade dentro di se;
  • moving outward – cercare un aiuto esterno, che è possibile solo quando la vittima ha chiaro che non ha responsabilità di ciò che sta accadendo.

Solo il 30% delle donne e il 20% degli uomini cerca un aiuto professionale quando è vittima di uno stalker. Non esistono linee guida condivise che orientino il trattamento di soggetti vittime di stalking. Certo è che queste persone sono restie ad accettare un aiuto psicoterapeutico poiché sono restie a rievocare episodi a cui non vorrebbero proprio pensare. Invece la collaborazione tra tutti (polizia, terapeuti, familiari ecc.) è indispensabile per adottare una strategia efficace. La vittima deve innanzitutto sentirsi sicura, sia in casa sia al lavoro. L’ingiunzione restrittiva, in cui viene fatto divieto allo stalker di avvicinarsi al luogo di lavoro o al domicilio della vittima, contribuisce a farla sentire più protetta e, guadagnando fiducia, a renderla più disponibile agli opporrtuni trattamenti terapeutici, dove deve essere aiutata a descrivere quanto accaduto senza mai essere giudicata e stimolata ad esplicitare le sue paure e la percezione personale del rischio.

[1 – Noffsinger S What stalking victims need to restore their mental and somatic health. Current Psychiatry 2015 June;14(6):43-47]

Ringrazio il Dr. Stefano Sanzovo, psichiatra,  per il contributo dato alla stesura di questo post.

CR

 

 

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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