Tirare indietro le lancette del tempo

«Ha 69 anni ma ne dimostra 45, vuole cambiare età per rimorchiare di più su Tinder e fa causa allo Stato». Emile Ratelband ha 69 anni, ma si considera ancora giovane. Non lo dice soltanto lui ma anche i medici, che gli hanno riconosciuto un corpo da quarantacinquenne. Il signor Emile ha preso la cosa molto sul serio, fino ad avviare una causa contro le autorità del suo Paese per difendere la «gioventù» del suo corpo. Secondo Emile, così come le persone transgender sono autorizzate a cambiare sesso, anche lui dovrebbe avere il permesso di cambiare la sua data di nascita. Ratelband, un «guru motivazionale» piuttosto noto nel suo Paese, ha citato in giudizio le autorità olandesi dopo che hanno rifiutato di assecondare la sua richiesta di modificare l’età anagrafica sui documenti. Nato l’11 marzo 1949, Ratelband aveva infatti chiesto di posticipare la sua data di nascita all’11 marzo 1969… questa è la notizia.

Di certo è una notizia perché a suo modo pone una questione. Un uomo pretende gli venga riconosciuto legalmente il diritto di darsi l’età che gli aggrada appoggiandosi a una presunta valutazione medico-scientifica. La cosa fa sorridere, ma non la liquiderei come la bizzarra richiesta di un inossidabile narciso. La questione è che il fatto è diventato notizia, e questo perché parla di qualcosa che ci riguarda. Portare la lancetta del tempo all’indietro è un’aspirazione di tutti. Pretendere di farlo segna un avanzamento dell’aspirazione. Emile è l’avanguardia di un ardito progetto: manipolare il tempo. Ciò all’insegna del «tutto è possibile», ecco dove abita la curiosità e l’interesse verso la posizione assunta dal soggetto in questione.

La legge umana che lui cerca di forzare con l’appoggio della scienza – e questa purtroppo non è una notizia – inscrive sempre nel cuore della vita l’esperienza dell’impossibile: non puoi fare tutto quello che vuoi, non puoi avere o essere tutto. Emile sembra invece aver raccolto le insegne del rifiuto dell’esperienza dell’impossibile. Il suo gesto e le sue parole non ci sono così estranee perché oggi è diffusa e condivisa l’idea che ogni legge, scritta o morale, che limita la libertà di essere ciò che ci garba è a diritto interpretabile come oppressiva. «Tutto deve essere possibile», questo è il mantra del nostro tempo. Dire qualcosa nel segno del «limite» è politicamente scorretto e socialmente pericoloso, perché nel nostro tempo la rinuncia non ha più senso, è solo un’occasione perduta.

Vorrei però domandare a Emile se crede davvero che togliendosi dall’anagrafica vent’anni vivrà vent’anni in più. Poiché è disposto a rinunciare alla pensione è possibile azzardare che per lo meno ci speri. A ogni modo, e per nostra fortuna, il limite invalicabile per ora impostoci dalla nostra finitezza biologica continua a significare la nostra vita, che si vitalizza proprio perché entra in dialettica con l’impossibile. Un esempio? Come si può amare con passione chi non ha una fine? Il «ti amerò per sempre» è un sentimento dell’infinito, possibile proprio perché inscritto nella finitezza della nostra esistenza. Insomma, la passione dell’eterno è il dono del finito, ovvero del limite. Meglio rivalutarlo questo limite, piuttosto che sprofondare nel luna park del «tutto è possibile e tutto mi spetta».

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