Sull’originaria difficoltà di essere padre

La figura del padre si è «dissolta», questo ci spiegano da anni psicologi e sociologi, e con essa è evaporato il principio di autorità su cui si fondava l’intero sistema patriarcale. I nostalgici lamentano che il padre non sa più essere padre; gli ottimisti indicano la nuova via della paternità, che somiglia un po’ troppo a quella della maternità, peraltro già occupata. In verità la condizione di padre è sempre stata marcata dall’insicurezza, anche in tempi in cui la sua autorità era indiscussa. Nei fatti i mammiferi maschi non sono consapevoli del loro ruolo biologico nella generazione della prole. Solo nella specie umana e solo nelle ultime decine o centinaia di migliaia di anni si può ipotizzare una condizione paterna fabbricata, si badi bene, senza l’aiuto di un istinto corrispondente. In pratica non l’evoluzione animale ma solo la preistoria e la storia e il costituirsi di uno psichismo sempre più evoluto hanno dato al maschio la qualità del padre.

Da ciò ne viene che la condizione di padre è da sempre un abito un po’ fuori misura indossato con più diffidenza, rigidità, aggressività e minore spontaneità di quanto accade a chi vive l’esperienza della maternità. Questo perché se la paternità è un prodotto della storia, questa si può riprendere ciò che ha dato. Perché se la paternità – qui inteso come paternità psicologica – non è iscritta nella natura, ogni maschio deve impararla nel corso della vita, e nel corso della vita può dimenticarla. Questo è quanto ci ha insegnato la nota antropologa statunitense Margaret Mead. Questo è quanto ci indicano le vicende di tutti quei padri che dopo la separazione si eclissano dall’orizzonte esistenziale dei loro figli.

Se il padre con i figli è dunque più aggressivo, rigido, impacciato, magari meno paziente della madre, ciò non coincide necessariamente con un disturbo, come un certo pensiero femminista tende a suggerire; e neppure è il prodotto della degenerazione di certe epoche storiche (per esempio il sopraggiungere del patriarcato borghese), ma piuttosto un tratto la cui origine e fragilità è da individuarsi nel fondamento storico-culturale della paternità. Ne viene che per essere padri, a differenza dell’essere madri, non basta generare un figlio, è necessaria una precisa volontà. Ma se ogni paternità è una decisione, ogni paternità richiede un’adozione, anche se il figlio è già stato materialmente e legittimamente generato da quel padre. La paternità, pertanto, è un fatto psicologico e culturale; la generazione fisica, a differenza della maternità, non basta ad assicurarla. La paternità andrà espressa, costruita e scoperta non appena dopo la nascita, ma passo dopo passo nel tempo in cui si dispiega il rapporto padre-figlio. Ecco perché il padre, al di là delle apparenze è molto più insicuro della sua condizione rispetto alla madre. Ecco perché si è madri, mentre padri lo si diventa.

CR