Robot sessuali

Ritagliatevi un momento di tranquillià e guardate con attenzione questo reportage progotto dal quotidiano britannico Guardian. Il video pone una questione con cui si dovrà necessariamente confrontare la Millennial Generation, ovvero coloro che sono nati tra gli anni ’80 e i primi anni 2000. Quindi la faccenda riguarda voi o i vostri figli. La questione che vi pongo a seguito della visione è la seguente: i robot diventeranno un’opzione e quindi anche un’alternativa ai rapporti sessuali e affettivi? Ovvero, sarà possibile preferire vivere e fare sesso con una macchina?

Certo, con i robot attuali la risposta è no, e ci trova quasi tutti concordi. Quasi, perché già il video porta la testimonianza di una persona che vive da molti anni con una bambola sessuale – neppure un robot – e costui non è in apparenza affetto da alcuna turba mentale. A ogni modo, gli attuali androidi sessuali sono già diversi dalle bambole sessuali che a poco prezzo si comprano da anni nei sexy shop. E se desiderate ordinare uno di questi robot è possibile costruirlo in modo da corrispondere ai vostri canoni estetici e pure programmarlo in sintonia con le vostre fantasie sessuali. Insomma, gli automi più evoluti sono già in grado di conversare con voi di sesso e altri argomenti.

La stessa giornalista, autrice dell’indagine, ammette che parlando con i robot la consapevolezza che sono altro da noi, che sono macchine, si affievolisce progressivamente. Se da una parte il CEO dell’azienda californiana che li produce insiste nel dire che sono «solo macchine», al contrario, “i nemici” di questa tecnologia sottolineano la criticità contenuta nel “rapporto d’uso” funzionale ai propri bisogni che è costitutivo del rapporto uomo-macchina, con il rischio di smarrire la capacità di essere autentici ed empatici quando l’Altro non è un robot ma un essere senziente e desiderante. Non entro nel merito, ci sarà tempo, anche perché intanto si porrà pure la questione dei “diritti” degli androidi. Vedremo.

Il punto che voglio qui forzare è che i progressi tecnologici – in tempi non necessariamente troppo lunghi – ridurranno sempre di più la differenza tra umani e robot. Certo gli uni non saranno mai gli altri, almeno finché saranno gli umani a costruire e programmare le macchine, però la differenza è destinata ad assottigliarsi sempre di più. E allora credo, e forse temo, che scegliere se vivere con un nostro simile o una macchina sarà un’opzione non così bizzarra. Qualcuno può obiettare che sia una sciocchezza, che chi non abita la superficie della relazione e in essa cerca l’incontro autentico non potrà mai ipotizzare una tale prospettiva esistenziale. Può darsi, ma è pur vero che chi, al contrario, teme rapporti troppo impegnati e coinvolgenti possa trovare un porto soddisfacente nell’abbracciare un androide.

Sento i mormorii di disapprovazione. E allora vi dico che gli umani nelle loro caratteristiche di funzionamento psicologico hanno già cosa gli occorre per poter immaginare come possibile “l’opzione robot” senza essere persone etichettabili come disturbate. È un meccanismo di funzionamento psicologico che conosciamo molto bene e che si chiama “scissione verticale”. Si tratta di qualcosa che appartiene tanto alla normalità quanto alla patologia.

Voglio al riguardo sottolineare come noi si sia molto bravi a negare alcuni aspetti della realtà. Thomas S. Elliot, centrando il punto, ha affermato che: «gli esseri umani non possono sopportare troppa realtà». Ha ragione, sono, infatti, molteplici le situazioni in cui conviviamo con la negazione di aspetti della realtà. Ci aiuta, ci serve, per mantenere il nostro equilibrio psichico, negare aspetti della realtà di cui siamo consapevoli e possiamo, in modo temporaneo o prolungato, fare finta che sia così. Ecco che cos’è la scissione verticale, e per vostra chiarezza qui a seguire alcuni esempi non così patologici: una madre che favorisce e contemporaneamente condanna un comportamento del figlio; la moglie che di fronte alla perdita del marito si dice che “tutto deve continuare come prima”; lo spettatore che assiste a una tragedia e sospende la sua incredulità per “godersi lo spettacolo”. Insomma, siamo già programmati per dirci che qualcosa non è come in realtà sappiamo essere, oppure, come nel caso di un storia con un robot, che lui è quello – un interlocutore senziente e affettivo – pur conservando la consapevolezza che non lo sia.

In altre parole, siamo già capaci di vivere in mondi contrapposti, di sperimentare verità opposte. È sulla base di questo meccanismo psicologico che ipotizzo che tanto più si ridurrà lo jatus tra l’umano e il tecnologico, tanto più si amplierà la possibilità di negare l’inconsistenza ontologica del robot e credere, pur non credendo – ecco la vertigine della scissione verticale -, che lui sia ciò che non è: ovvero umano. E non occorrerà avere una malattia mentale per fare questo.

CR


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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