Lo scacco della parola nell’esperienza depressiva

Le parole non possono comunicare la totalità dell’esperienza umana. E questo è tanto più vero nella sofferenza depressiva. Chi ha vissuto la condizione depressiva conosce l’impotenza del linguaggio nel cercare di far intendere l’intensità e la qualità del dolore che si prova. Un tormento che, poiché non si esprime con il linguaggio del corpo una lingua condivisa, tende a essere sminuito da chi si trova ad ascoltarlo, quasi a mettere in dubbio l’autenticità o a svilirne la dignità rispetto a quella che, di solito, si riconosce al dolore fisico.

In fin dei conti, il dramma del depresso è che è attraversato da una sofferenza che sembra non esistere perché le parole non la possono compiutamente descrivere.

In quali termini è allora possibile descrivere un dolore che non si può localizzare? Come delineare lo smarrimento di ogni forma di desiderio? In che modo spiegare comprensibilmente la sensazione di non esserci più?

Non è possibile, le parole falliscono nel sondare la dimensione profonda del dolore depressivo; l’emarginazione del depresso inizia proprio da questa afasia linguistica della sofferenza che lo separa progressivamente dalle persone a lui vicine.

Accade così che lo scacco della parola si tramuta in gesto, atto, posa. Che si tratti del rallentamento dei movimenti, della postura di chiusura, di improvvisi scatti d’ira o di azioni autolesive, è il livello del non verbale che tende a imporsi e a significare il disagio esistenziale. Di fronte all’impotenza della parola, spetta all’atto accollarsi il gravoso compito di tentare di esprimere l’indicibile della sofferenza depressiva.

CR


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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