L’amore si fonda sul dialogo?

Chi ama fa i conti con un’inemendabile frustrazione: il nostro sentire non può mai coincidere con il sentire dell’Altro. L’Altro, l’amato, è inassimilabile. A dispetto dell’aspirazione fusionale dell’amante, quando questi può dire «Lei/Lui è mia/o!», subito dopo transita all’angoscioso «Lei/Lui mi ama?». Questo accade perché non si può mai sentire quello che l’Altro sente, non si può mai coincidere davvero con l’Altro.

Certo possiamo dialogare, ma quanto dell’Altro rimane estraneo alle parole che animano l’incontro? Troppo. L’Altro, a dispetto di tutto il moderno discorrere sull’empatia, rimane ineluttabilmente «altro da noi», e non è certo il dialogo che può ridurre la dolorosa beanza dei pensieri e del sentiredegli amanti. Ma proprio in questo iato abita probabilmente l’energia dell’amore. Voglio dire che forse l’amore si corrobora proprio nella diversità, nell’inemendabile e misteriosa differenza, in un dialogo che alla fine, pur avvicinando, sancisce l’ontologica distanza tra i due amanti.

Se ti amo, allora, è proprio perché c’è qualcosa in te che è inafferrabile, che è impossibile da raggiungere, perché c’è un segreto che per me rimarrà tale, ma non di meno mi spinge verso di te. Insomma, anche di questo è fatto l’amore, di un enigma su cui nulla può il dialogo umano che, per empatico che sia, non può forzare il mistero dell’individualità. 

CR