La sessualità nell’era digitale
Il recente scandalo dei gruppi online «Mia Moglie» e «Phica» ci mette davanti a una verità scomoda: la sessualità, nell’era digitale, può facilmente trasformarsi in terreno di violenza, possesso e denigrazione.Il gesto di esporre pubblicamente l’immagine intima di una donna – che sia una compagna, una moglie o una figura pubblica – non è soltanto una mancanza di rispetto individuale, ma un fenomeno culturale che affonda le radici in una visione patriarcale del corpo femminile come oggetto di cui potersi appropriare.
Il digitale non crea questa logica, ma la amplifica, la moltiplica e la normalizza. In questi spazi, la comunità online diventa una comunità del consenso alla violenza: il numero dei partecipanti produce l’illusione di legittimità, trasformando il degrado in appartenenza. Quando parliamo di questi comportamenti – la diffusione non consensuale di immagini intime, l’esposizione pubblica e degradante del corpo dell’altro – possiamo leggerli come un acting out.
In psicoanalisi con questo termine indichiamo un agito che porta nel reale ciò che non riesce a trovare parola o simbolizzazione. L’angoscia, la pulsione o il bisogno di conferma narcisistica, invece di essere elaborati, vengono scaricati sul corpo dell’altro, che diventa contenitore e bersaglio di ciò che non può essere sostenuto dentro di sé.
In termini più semplici: la violenza digitale non è solo mancanza di rispetto o di empatia. È anche un modo patologico di regolare le proprie tensioni interne, spostandole all’esterno e riversandole sulla persona più vicina o più esposta. Qui la sessualità non è vissuta come incontro tra due soggetti desideranti, ma come esercizio di dominio. L’altro non viene riconosciuto come soggetto con un proprio desiderio, ma degradato a oggetto da esibire, da usare, da svilire. In questo senso, la sessualità diventa il luogo in cui non si costruisce un legame, ma lo si annulla: non c’è riconoscimento reciproco, ma solo il tentativo di colmare un vuoto interiore con un atto di possesso.
Lacan ci ha insegnato che il godimento (jouissance) si distingue dal desiderio proprio perché ignora l’Altro come persona e lo riduce a objet petit, un frammento su cui scaricare la pulsione. È in questa logica che il fenomeno assume i tratti della perversione clinica: non come deviazione morale, ma come modalità strutturale in cui il soggetto, incapace di confrontarsi con la mancanza, trasforma l’altro in supporto del proprio narcisismo. Così il digitale diventa non solo un mezzo, ma un amplificatore: crea spazi in cui l’anonimato e il numero dei partecipanti producono una legittimazione collettiva. Ciò che individualmente sarebbe vissuto come colpa o vergogna, nel gruppo diventa appartenenza, complicità, persino motivo di orgoglio.
CR
