Quando il fantasma restituisce futuro: fantasia sessuale, desiderio e tempo nella struttura ossessiva
Vorrei parlare di un fenomeno clinico specifico, ovvero ciò che può accadere in alcuni soggetti con struttura ossessiva — espressione che utilizzo in senso psicodinamico, non come sinonimo di disturbo ossessivo-compulsivo — quando una particolare fantasia sessuale comincia ad apparire concretamente realizzabile.
Può trattarsi di esperienze BDSM, di dominazione o sottomissione, dello scambio di coppia, della fantasia di vedere il proprio partner coinvolto sessualmente con un’altra persona o di altre esperienze trasgressive consensuali. Perché la possibilità di vivere una di queste scene può acquistare tanta importanza? Che cosa cambia quando il soggetto pensa: «Questa cosa potrebbe accadere davvero»?.
Nella mia esperienza clinica ho incontrato persone ben compensate, capaci di lavorare, avere relazioni e organizzare efficacemente la propria vita, per le quali tale possibilità sembrava svolgere una funzione di regolazione emotiva. Non si trattava soltanto del piacere sessuale atteso, né di una compulsione sessuale: mancava quella perdita di controllo che porta a ripetere un comportamento nonostante il disagio e le conseguenze negative.
Per comprendere questa funzione, occorre distinguere la fantasia sessuale dal fantasma e chiarire che cosa intendo per desiderio. La fantasia è la scena erotica che una persona immagina o vorrebbe vivere. Il fantasma, in senso psicoanalitico, riguarda la posizione che il soggetto cerca di occupare in quella scena rispetto all’altro: essere desiderato, guardato, dominato, escluso oppure indispensabile; affidarsi, esporsi o mantenere il controllo. Una stessa pratica può dunque avere significati molto diversi.
Il desiderio, qui, non coincide soltanto con l’eccitazione sessuale o con la volontà cosciente di ottenere qualcosa. Nasce dalla mancanza e, senza colmarla una volta per tutte, può orientare il soggetto verso ciò che ancora non c’è. Naturalmente la sessualità non è l’unica via attraverso cui questo accade: un amore, un lavoro, un progetto o la creazione artistica possono ugualmente dare una direzione alla vita.
Nei casi di cui parlo, però, è proprio una particolare fantasia sessuale a offrire al fantasma una scena che appare possibile. Da quel momento la scena può essere pensata, condivisa, preparata e attesa. Per prendere forma deve anche incontrare un altro reale: qualcuno con i propri desideri, i propri limiti, la propria disponibilità e la propria imprevedibilità.
L’attesa, tuttavia, non ha sempre lo stesso significato. Per un soggetto ossessivo può diventare anche un modo di rinviare l’incontro con ciò che desidera, mantenendolo possibile senza mai esporsi davvero alla sua realizzazione. Nei casi che intendo descrivere, la fantasia non si esaurisce in questo rinvio: la prospettiva di viverla spinge il soggetto a parlare con l’altro, a negoziare, a prendere decisioni. Il desiderio comincia a investire non solo la scena sessuale, ma anche il tempo che la precede.
In alcune delle persone che ho incontrato, questo movimento acquistava un valore particolare perché si accompagnava, sullo sfondo, a una percezione insistente della finitezza. Non necessariamente alla paura cosciente di morire, ma al sentimento che il tempo fosse soprattutto ciò che passa, mentre il corpo cambia e le possibilità si restringono. La prospettiva di un’esperienza desiderata non cancellava tale consapevolezza. Introduceva però, in quel tempo, qualcosa che poteva ancora accadere.
L’effetto poteva iniziare prima dell’esperienza stessa, nel momento in cui la fantasia appariva realizzabile. Messaggi, esitazioni e preparativi davano forma a un’attesa. La realizzazione, invece, non aveva un esito prevedibile: poteva essere significativa, deludere o far emergere un conflitto che la fantasia – finché era rimasta tale – non aveva posto. Il punto clinico non è dunque che mettere in atto la scena garantisca un sentimento di vitalità. È che, per questi soggetti, la sua concreta possibilità poteva restituire al desiderio una direzione e al futuro una consistenza.
Questa funzione diventava più evidente quando quella possibilità veniva meno. La fine di una relazione, l’assenza di un partner, una malattia o un cambiamento del corpo potevano rendere impraticabile una scena che fino a quel momento era sembrata accessibile. In alcuni casi che ho incontrato è stata proprio questa perdita a portare il soggetto a chiedere aiuto.
Ciò che veniva perduto non era soltanto una possibile gratificazione sessuale. Veniva meno una delle vie attraverso cui il desiderio trovava qualcosa verso cui tendere. Poteva allora affiorare con più forza il senso del tempo che passa, del corpo che invecchia, di una vita nella quale sembra restare sempre meno da vivere.
È in questo senso, circoscritto ma clinicamente significativo, che una fantasia può restituire futuro: quando offre al fantasma una scena possibile, il desiderio può investire ciò che ancora non è accaduto. Il tempo non è più soltanto ciò che conduce verso la fine. Torna a essere anche lo spazio nel quale la vita può venirci incontro.
CR
