Microbiota e disturbo bipolare: un dialogo tra intestino e mente che non possiamo più ignorare

Negli ultimi decenni, la psichiatria si è man mano avvicinata a un concetto biologico più ampio e sistemico della mente. È sempre più evidente che i disturbi psichici non nascono esclusivamente nel cervello, ma coinvolgono, e forse iniziano, in altre sedi corporee. Tra queste l’intestino si è guadagnato un ruolo di protagonista silenzioso. Parlare oggi di microbiota intestinale significa entrare in un campo affascinante dove immunologia, neurobiologia, endocrinologia e psichiatria si intrecciano. E se in passato questo interesse si concentrava soprattutto sulla depressione maggiore e sui disturbi d’ansia, oggi sappiamo che anche il disturbo bipolare potrebbe essere influenzato – e forse in parte modulato – dalla composizione del microbiota intestinale. Vediamo perché.

Il microbiota intestinale è l’insieme dei microrganismi che colonizzano il nostro tratto gastrointestinale. Si stima che nel corpo umano vi siano circa 100 trilioni di cellule batteriche, un numero che supera di dieci volte quello delle cellule umane. Ma la quantità è solo l’inizio: la diversità, la stabilità, la comunicazione biochimica tra questi microrganismi e il nostro organismo umano è ciò che li rende fondamentali per la salute. Nel contesto psichiatrico, ciò che rende il microbiota così rilevante è il suo ruolo nel cosiddetto «asse intestino-cervello», una via bidirezionale di comunicazione che include: 1) connessioni nervose dirette, soprattutto tramite il nervo vago; 2) mediatori immunitari (citochine pro- e anti-infiammatorie); 3) neurotrasmettitori e loro precursori (serotonina, GABA, dopamina); 4) modulazione del cortisolo e dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene; 5) produzione di metaboliti neuroattivi, come gli acidi grassi a catena corta. Questa rete di comunicazione permette al microbiota di influenzare direttamente i circuiti cerebrali implicati nella regolazione dell’umore, dell’energia psichica, del sonno e dell’impulsività.

Ora, che cosa accade nel disturbo bipolare? Il disturbo bipolare è una patologia complessa, a base biologica e genetica, caratterizzata da fasi alterne di umore espanso (mania o ipomania) e depressione, spesso intervallate da periodi di relativa eutimia. Diversi studi hanno messo in luce che nei pazienti bipolari esistono: 1) alterazioni del sistema immunitario, con un aumento dei livelli di citochine infiammatorie come TNF-alfa, IL-6 e CRP; 2) modificazioni del metabolismo energetico e mitocondriale; 3) anomalie nei ritmi circadiani e nel sonno; 4) squilibri della neurotrasmissione dopaminergica e serotoninergica. In questo scenario, il microbiota può diventare un modulatore o un amplificatore di vulnerabilità. È stato infatti osservato che: 1) la diversità microbica (indice di salute ecologica intestinale) risulta ridotta nei pazienti con disturbo bipolare; 2) alcuni batteri «pro-infiammatori», come Eggerthella o Enterobacteriaceae, sono aumentati in fasi depressive; 3) vi è una correlazione tra composizione batterica e livelli plasmatici di citochine infiammatorie, suggerendo un nesso tra disbiosi e neuroinfiammazione; 4) l’uso prolungato di farmaci psicotropi, in particolare antipsicotici atipici, può a sua volta modificare negativamente il microbiota, con implicazioni metaboliche e neurocognitive.

È importante quindi sottolineare che il rapporto tra disturbo bipolare e microbiota è bidirezionale: la disbiosi può contribuire all’instabilità dell’umore, ma anche le fluttuazioni emotive, lo stile di vita irregolare, lo stress cronico, l’alimentazione disordinata e il sonno disturbato influenzano negativamente la composizione del microbiota. Si crea così un circolo vizioso tra instabilità psichica e instabilità microbica, con esiti ancora non completamente conosciuti, ma potenzialmente rilevanti sul piano terapeutico. Possiamo ora chiederci se da queste evidenze  possano già declinarsi nella clinica in senso terapeutico.  I trattamenti farmacologici – in primis stabilizzatori dell’umore come il litio, il valproato o la lamotrigina, e talvolta gli antipsicotici atipici – restano il pilastro irrinunciabile della gestione del disturbo bipolare. Tuttavia, il contributo del microbiota suggerisce la possibilità di affiancare alcune strategie  non farmacologiche, a sostegno dell’equilibrio neurobiologico e immunologico. Vediamole nel dettaglio.

Per primo un’alimentazione antinfiammatoria e probiotica, dunque una dieta ricca di fibre prebiotiche (cereali integrali, legumi, verdure), alimenti fermentati naturali (yogurt vivo, kefir, miso, crauti), grassi buoni (omega-3 da pesce azzurro e semi oleosi) e polifenoli antiossidanti (frutti di bosco, tè verde, curcuma), che hanno un effetto protettivo sul microbiota e nel ridurre la neuroinfiammazione. In senso opposto, diete ricche di zuccheri raffinati, grassi trans, cibi ultraprocessati e alcol aumentano la permeabilità intestinale e l’attivazione immunitaria, peggiorando il quadro psichiatrico. Alcuni studi clinici preliminari suggeriscono che l’assunzione di probiotici contenenti ceppi specifici (come Lactobacillus rhamnosus, Bifidobacterium longum, Lactobacillus helveticus) possa ridurre i sintomi depressivi, migliorare la risposta al trattamento farmacologico, stabilizzare l’umore nelle fasi intercritiche, modulare i marcatori infiammatori periferici. Non esistono però ancora linee guida condivise per l’uso sistematico di probiotici nel disturbo bipolare e la prescrizione dovrebbe avvenire in modo individualizzato e integrato.

L’esercizio fisico non è solo un antidepressivo naturale, ma ha effetti positivi anche sul microbiota: aumenta la diversità batterica, migliora la tenuta della barriera intestinale, riduce la produzione di citochine pro-infiammatorie. È raccomandabile, quindi, incentivare una pratica costante, anche leggera, adattata alla fase dell’umore in corso. Il microbiota segue un proprio ritmo giornaliero, in sintonia con il ciclo sonno-veglia. Il sonno disturbato, spesso presente nelle fasi prodromiche del disturbo bipolare, altera questa sincronia, contribuendo a peggiorare la disbiosi. Un intervento sulla cronobiologia del paziente (esposizione alla luce naturale, igiene del sonno, orari regolari) ha effetti positivi sia sul tono dell’umore sia sul microbiota.

La prospettiva che si apre è quella di una psichiatria ecologica, che non si accontenta di silenziare i sintomi, ma cerca di riequilibrare i sistemi che stanno alla base della stabilità mentale. Il microbiota intestinale, in questo senso, è un alleato prezioso, anche se ancora in parte misterioso. Investire nella sua salute significa rafforzare il terreno biologico su cui agiscono i farmaci e la psicoterapia, migliorando la resilienza neuropsichica del paziente. Non esistono ancora soluzioni «miracolose», ma i piccoli interventi quotidiani – nell’alimentazione, nel movimento, nel ritmo di vita – possono avere effetti misurabili, e forse duraturi, sul decorso del disturbo. Concludendo, nel disturbo bipolare, il microbiota  è una leva clinica da esplorare, integrare e monitorare. Non cambia il paradigma della cura, ma lo arricchisce, aggiungendo al cervello un organo periferico – l’intestino – che di periferico ha sempre meno. E forse, in un futuro non troppo lontano, sapremo usare il microbiota non solo per capire meglio il disturbo, ma anche per modularne l’andamento, prevenirne le ricadute e personalizzare le cure.

CR