Autolesionismo: quando il corpo parla al posto della mente

L’autolesionismo è un comportamento che incontriamo con relativa frequenza nella pratica clinica, soprattutto in adolescenza e nella giovane età adulta. Tuttavia, parlare genericamente di «autolesionismo» rischia di mettere nello stesso contenitore fenomeni molto diversi. Tagliarsi, graffiarsi, procurarsi ferite, manipolare croste, strapparsi peli fino a lesionarsi, colpirsi o ricercare deliberatamente il dolore possono avere funzioni psicologiche differenti. Per questo la domanda clinica importante non è soltanto: «Perché si fa male?» ma piuttosto: «Che cosa modifica, dentro di lui o di lei, il fatto di farsi male?».

È una differenza sostanziale. In molti pazienti l’autolesionismo non ha come obiettivo primario il dolore. Il dolore viene utilizzato come uno strumento per intervenire su uno stato psichico che, in quel momento, appare intollerabile. Può ridurre una tensione emotiva molto intensa. Può interrompere una ruminazione. Può trasformare un’angoscia difficile da rappresentare mentalmente in una sensazione corporea precisa. Può dare temporaneamente un limite a una condizione interna vissuta come caotica.

In termini psicodinamici, potremmo dire che il corpo viene utilizzato là dove la capacità di mentalizzare l’esperienza emotiva si interrompe. Mentalizzare significa riuscire a riconoscere ciò che sta accadendo dentro di sé, attribuirgli un significato e trasformarlo progressivamente in pensiero e parola.  Quando una persona riesce a riconoscere ciò che prova, a collegarlo a un significato e a rappresentarlo mentalmente, l’esperienza emotiva può essere elaborata senza dover essere necessariamente trasformata in un comportamento.

Quando invece questa capacità viene meno, soprattutto nei momenti di forte tensione, l’emozione può diventare difficile da contenere e da pensare. In questi casi ciò che non riesce a essere elaborato sul piano mentale può essere espresso direttamente attraverso l’azione.

È il passaggio dalla mancata rappresentazione dell’esperienza emotiva alla sua messa in atto. In altre parole, invece di riuscire a dire a sé stessi «sono arrabbiato, mi sento abbandonato, provo vergogna e non so come gestirla», la tensione viene scaricata direttamente sul corpo.

Il punto clinico decisivo non è allora soltanto il gesto in sé, ma la funzione che esso assume nell’economia psichica della persona. L’autolesionismo può infatti servire a regolare emozioni intollerabili, punirsi, interrompere stati dissociativi o dare una forma corporea a vissuti che non riescono a essere rappresentati mentalmente.

Vediamo adesso come dietro uno stesso comportamento autolesivo possono esserci dinamiche psicologiche molto diverse, che è necessario distinguere per comprenderne il significato e orientare il trattamento.

Autolesionismo come regolazione affettiva

Una delle funzioni più frequenti del comportamento autolesivo è la regolazione di stati emotivi intensi. La tensione interna cresce progressivamente fino a trasformarsi in angoscia; il gesto autolesivo interviene allora come modalità di scarica, producendo una riduzione temporanea dello stato di tensione. Il comportamento viene quindi rinforzato proprio perchè «funziona». Non risolve il conflitto, ma produce un sollievo immediato. È questo uno dei motivi per cui può diventare ripetitivo.

Autolesionismo e colpa

In altri pazienti prevale invece una dimensione autopunitiva. La persona può sentirsi sbagliata, responsabile, indegna o colpevole. In questi casi il gesto può assumere inconsciamente il significato di una punizione: «Ho sbagliato, quindi devo pagare». Il corpo diventa il luogo sul quale viene inscritta una colpa che non riesce a essere elaborata psichicamente. È una dinamica che osserviamo frequentemente nelle organizzazioni di personalità caratterizzate da forte instabilità dell’autostima, sentimenti di indegnità e relazioni nelle quali il valore personale dipende in maniera eccessiva dal riconoscimento dell’altro.

Autolesionismo e dissociazione

Esiste poi una funzione ancora diversa e particolarmente importante: quella legata alla dissociazione. Alcuni pazienti, durante momenti di forte stress, descrivono di non sentirsi pienamente nel proprio corpo, di percepirsi come distanti da sé, di perdere la normale percezione del tempo o di sentirsi irreali. La dissociazione può essere considerata, semplificando, una temporanea alterazione dell’integrazione fra emozioni, corpo, percezione di sé e coscienza di ciò che sta accadendo. In questi casi il dolore può avere una funzione paradossale. La persona non si procura dolore perchè «ama soffrire». Può utilizzarlo per tornare a sentirsi reale. Uno stimolo corporeo intenso può interrompere temporaneamente una condizione di depersonalizzazione o di vuoto. Questo spiega perché alcuni pazienti continuino a lesionarsi anche quando il dolore diventa molto intenso.

Il punto clinicamente rilevante è quindi: «che cosa succede psichicamente al paziente quando raggiunge quel dolore?». Non tutto ciò che danneggia il corpo nasce nello stesso modo.

È inoltre importante distinguere l’autolesionismo propriamente detto dai cosiddetti comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, come strapparsi peli o capelli, mangiarsi le unghie, manipolare la pelle o rimuovere croste. La differenza principale riguarda ciò che la persona sta cercando attraverso il gesto.

Nei comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo, il soggetto è attratto soprattutto dall’atto stesso: togliere quel pelo, staccare quella crosta, mordere quell’unghia, eliminare una piccola irregolarità della pelle. Il gesto può essere automatico oppure preceduto da una sensazione di urgenza o di incompletezza e può produrre sollievo o una sensazione di «aver sistemato qualcosa». Se compare una lesione, questa è soprattutto una conseguenza del comportamento ripetuto, non il suo obiettivo principale.

Nell’autolesionismo, invece, il rapporto con il corpo è diverso. La persona utilizza intenzionalmente la lesione o il dolore per modificare uno stato psichico: ridurre un’angoscia intensa, interrompere una ruminazione, punirsi, contrastare una sensazione di vuoto o uscire da uno stato dissociativo. In questo caso il danno corporeo non è soltanto una conseguenza del gesto, ma diventa parte della funzione del gesto stesso.

In termini semplici, nei comportamenti ripetitivi focalizzati sul corpo la persona cerca soprattutto il gesto e la sensazione ad esso associata; nell’autolesionismo cerca soprattutto l’effetto psichico prodotto dal dolore o dalla lesione. Nella pratica clinica, tuttavia, i due fenomeni possono anche intrecciarsi. Un comportamento inizialmente ripetitivo e non orientato al danno può progressivamente intensificarsi, fino a quando la persona comincia a utilizzare deliberatamente il dolore o la lesione per regolare il proprio stato emotivo. È in questo passaggio che un comportamento focalizzato sul corpo può assumere anche una vera funzione autolesiva.

Che cosa dovrebbero fare i genitori innanzi ad un gesto autolesivo?

La prima indicazione è apparentemente semplice: non giudicare il gesto prima di averne compreso la funzione. Frasi come «Lo fai per attirare l’attenzione, «Vuoi solo farci preoccupare», «Come puoi fare una cosa simile?» generalmente aumentano vergogna, isolamento e senso di colpa. È molto più utile cercare di capire che cosa precede l’atto. Una domanda come «Che cosa stava succedendo dentro di te poco prima che iniziassi a farti male?» è clinicamente molto più utile di «Perché l’hai fatto?».

La seconda indicazione è non minimizzare. L’autolesionismo non equivale automaticamente a un tentativo di suicidio, ma le due condizioni possono coesistere. È quindi corretto chiedere direttamente «Quando ti fai male, ti capita anche di pensare che vorresti morire?». Fare questa domanda non induce pensieri suicidari, permette invece di comprendere meglio il rischio.

La terza indicazione riguarda la protezione. Quando il comportamento è frequente o grave, è opportuno ridurre l’accessibilità immediata agli strumenti utilizzati per lesionarsi, soprattutto nei momenti di crisi. Non come controllo punitivo, ma come misura temporanea di sicurezza.

Infine, quando il comportamento aumenta di frequenza o intensità, produce lesioni importanti, compare perdita di controllo, dissociazione o ideazione suicidaria, è necessaria una valutazione specialistica. Il trattamento non consiste semplicemente nel convincere la persona a «smettere». Occorre capire che cosa il comportamento sta facendo al posto della mente. Solo quando comprendiamo questa funzione possiamo costruire alternative terapeutiche realmente efficaci.

Il corpo può diventare il luogo nel quale viene messo in scena ciò che, in quel momento, non riesce ancora a essere pensato. Il compito della terapia è trasformare progressivamente quell’atto in esperienza mentale: qualcosa che possa essere riconosciuto, nominato, compreso e progressivamente trasformato in una modalità diversa di affrontare la sofferenza.

CR