Siamo tutti Cristo in croce

Di Cristo in croce per un po’ se ne è parlato quando era in predicato la sua deposizione dai muri delle aule scolastiche italiane. La controversa questione, che contrappone da decenni cattolici e laici, si ripropone periodicamente. In vero, faccio fatica ad allinearmi al pensiero politicamente corretto teso a probire ogni simbolo, ogni comportamento, ogni esternazione che possa irritare, turbare, infastidire un individuo o un’appartenza. Perché se si vuole realizzare l’utopia di impedire che qualsiasi individuo possa essere turbato dai comportamenti o dai simboli di qualsiasi altro, per accontentare tutti si deve tracimare nella deriva del proibire tutto. Ciò significa impedire a intere comunità di continuare a essere se stesse; insomma, significa sacrificare il pluralismo sull’altare del rispetto. Né dobbiamo dimenticarci che il pluralismo viene negato da coloro che vogliono distruggere il passato per realizzare un’utopia che, sbandierando le sue promesse, distrugge le tradizioni, i simboli, le identità e le istituzioni. Un tale movimento, lo sappiamo, è la madre di ogni totalitarismo. Ecco perché vale la pena di battersi per la difesa del crocifisso nelle aule, anche se ciò cozza con la logicità stringente della tesi che questo andrebbe rimosso in virtù dell’evidenza lapalissiana della laicità dello stato. 

Chiederci se il crocefisso è laico è perciò domanda leggittima e attualissima. La risposta è che oggi lo è più che mai. Natalia Ginzburg, scrittrice e parlamentare comunista di origine ebraica, nel 1988 scrive sull’Unità: «Quella Croce rappresenta tutti… il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente». Sì, le vesti cattoliche stanno strette al crocifisso. Un simbolo che per natura si è declinato, trasformato e ha abbracciato significati polivalenti. Nasce come punizione romana e sulle spalle di Cristo diventa fardello di tutti i peccati. L’abbiamo presa e trasformata in icona, cucita sui camici e scolpita sulle lapidi. Ha legittimato guerre e battezzato bambini. Si è deformata in svastica e l’abbiamo ricamata sulle bandiere. Cosa possiamo ancora recuperare scavando nel suo mondano midollo?

Per il mio posso guardare al significato psicologico insito nella crocifissione di Cristo e a quale insegnamento contenga. Insomma, a cosa significa davvero essere in croce. Entriamo nel merito della questione: Cristo è il figlio di Dio, ma è anche uomo, e nell’orto del Getsemani prega Dio, come un uomo, di fare un’eccezione a ciò che è già scritto; insomma, prega Dio di salvarlo. Chiede al padre di allontanare il calice della sua morte. E anche sulla croce, inerme nell’approssimarsi della sua fine, invoca il padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È l’estremo tormento di un essere umano di fronte all’inaggirabilità della morte. Lo sappiamo, Dio non risponde, è un silenzio assordante, insopportabile, inumano. Cristo, sprofondato nell’assenza del padre, caduto nell’inermità più assoluta, si consegna – attuando una vertiginosa torsione su di sé – al destino che lo abita. Si piega a una alterità che lo supera, lo trascende; si disarma e si consegna alla volontà del padre, che diviene la sua. Ecco l’insegnamento: la passione di Cristo, dall’orto del Getzemani alla crocefissione, è un angoscioso e ambivalente percorso emotivo che ha come esito il suo consegnarsi alla storia. Questa è la lezione magistrale. Proviamo a intenderne la ricchezza psicologica sottesa.

Cristo, con la sua morte, va oltre se stesso per farsi portatore della redenzione dell’umanità. Egli, in fin di vita, non reca più la buona novella ma la incarna, e perché ciò accada rinuncia alla vita. È un atto d’amore che comprime, umilia il suo narcisismo di figlio di Dio. Ecco una parte della potente narrazione simbolica della croce. Accettare la croce è disporsi a incidere sul nostro narcisismo, su quel bisogno che continuiamo a nutrire di essere più forti, più potenti, più belli e meno segnati degli altri. Poi si inciampa, ed è la vita a metterci in croce. Ma noi ci siamo dimenticati di Cristo in croce, lo abbiamo relegato al dibattito delle aule e non ci siamo mai appassionati al suo insegnamento psicologico, proprio perché parlava di rassegnazione verso il nostro destino e amore verso il prossimo. Non si coglie lontano dal segno affermando che questi temi non sono così popolari per noi che viviamo in un tempo dove la rassegnazione equivale alla sconfitta e l’amore per se stessi è molto più apprezzato di quello verso gli altri. Sì, pare che non ci interessi molto confrontarci da laici con la sua lezione. Eppure dal vertice della croce Cristo inquieta, e molti vorrebbero toglierselo da davanti agli occhi perché ricorda a tutti che l’uomo è niente quando lotta solo per se stesso, quando vincono l’egoismo e l’amor proprio, la brama di ricchezza, l’autoaffermazione e il compiacimento personale. Lo sappiamo, lui è morto per noi, per riconciliarci con Dio. Ha rinunciato alla vita, lui che la amava così profondamente, per donarci la vita oltre la vita. È una figura contro-narcisistica, non in simmetria con una cultura che assurge a eroe e ammira chi incarna l’essersi fatto da sé e per tale ragione appare forte, non vulnerabile ed emancipato da qualsivoglia  debito di riconoscenza verso chi lo ha creato e aiutato ad essere ciò che è, verso chi – nei diversi modi imperfetti dell’umano – lo ha amato o lo sta amando. 

Ma la portata simbolica della crocifissione racconta ancora altro. Per redimere l’umanità, per rendere compiuto il suo atto d’amore Egli ha saputo fare sua l’alterità che lo abitava. È un movimento particolarissimo in cui Cristo si emancipa dall’attesa di una risposta che non arriva, da una volontà altra, per far coincidere quell’alterità con un destino personale assunto in pienezza. Ecco la contorsione psicologica decisiva che ci viene a mancare quando come lui siamo messi in croce. Certo, tutti siamo in croce, come lui, quando inciampiamo, sbagliamo, subiamo un attacco, proviamo a schivare il colpo, a rispondere, a implorare, ma nulla serve davvero; ciò che ci accade ci divide, ci mutila, ci affligge, ci ferisce, ci riempie di rabbia e non c’è nessun dio che risponde alla nostra invocazione. Guardare a lui, al suo movimento psicologico è illuminante, perché Egli ha fatto suo ciò che lo ha trasceso, ha assunto l’alterità che lo abitava. Ha tracciato la via: è andato oltre a se stesso rinunciando a se stesso, al suo particolare, al suo amore per la vita terrena. Assumere la nostra condizione di mancanza, di perdita, di fallimento, di errore, non come afflizione o come l’esito di un’ingiustizia ma come incontro con quello che siamo, con quell’alterità (dentro e fuori di noi) che ci attraversa e qualche volta ci travolge, ci umilia, ci piega è lezione psicologica, o laica se volete, che dovremmo imparare dal Cristo in croce. Lui non ci aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sofferenza a cui si è consegnato e che ha quindi accettato quale condizione del suo destino. Un destino che lo trascende, che è in lui ma è altro da lui. Questo è il secondo insegnamento cruciale che dal Cristo in croce può desumere un laico. Accettare la perdita, la contingenza, l’errore, l’inciampo, come parte di una storia personale che è un destino che ci trascende, perché non è solo figlio delle nostre scelte o delle volontà altrui ma anche di quel distillato di molteplici esperienze che configurano il nostro modo di intendere il mondo e indirizzano le nostre scelte e i nostri comportamenti sulla base di logiche spesso inconsce che non dominiamo in modo pieno e che contribuiscono a dare senso al concetto di destino. Ecco la croce a cui rimaniamo inchiodati se non facciamo nostro l’insegnamento di Cristo, cioè accettiamo il nostro errore, lo assumiamo come cifra di un’individualità che ci trascende, ci caratterizza e a cui ci affidiamo perché diventi parte della nostra esistenza e ci aiuti a dirigerla di nuovo. Assumere in sé la propria minorità è un movimento di coraggio ma anche di libertà di essere altro da ciò che ci immaginiamo d’essere.

Non è facile come a dirsi, perché per darsi una ragione della sofferenza che ci piega non si deve vivere questa solo come figlia di un’ingiusta contingenza o frutto di un tradimento, ma accettarla come parte della nostra storia personale, del singolare destino che ineludibilmente ci trascende. Detto in metafora, bisogna disporsi a portare il peso della croce per un tempo dolente e non breve. Se questo non si fa, si rimane inchiodati alla nostra personalissima croce edificata con le recriminazioni, l’insoddisfazione, le lamentele, la rabbia sorda, il desiderio di vendetta e la paura. Ci aspettiamo che qualcuno risponda alle nostre invocazioni, che faccia giustizia, ma Cristo ce lo ha insegnato: Dio è nel suo silenzio e non ci risponde, né questo ruolo può essere assunto da nessun’altro, perché la nostra sofferenza non può dialettizzarsi se non siamo noi per primi a consegnarci al nostro destino per tutto il tempo necessario affinché la croce diventi più lieve.     

CR