Il perverso e il potente: la scena nascosta del caso Epstein
Il caso di Jeffrey Epstein è stato letto prevalentemente attraverso categorie politiche, giudiziarie o sociologiche: potere, ricatto, reti di influenza, immunità delle élite. Tutti temi rilevanti. Ma è possibile anche provare a spostare leggermente lo sguardo e interrogare la vicenda da un’altra prospettiva: quella della struttura soggettiva che può aver animato il dispositivo costruito da Epstein. Non si tratta qui di discutere le responsabilità penali o di analizzare il sistema delle protezioni sociali che lo hanno circondato. Piuttosto, di interrogare il tipo di logica psichica che può aver organizzato un mondo come quello che egli ha costruito.
Nella prospettiva psicoanalitica lacaniana la perversione non si riduce semplicemente a una deviazione sessuale. Essa rappresenta una modalità strutturale del rapporto con la legge e con il desiderio. Il soggetto perverso non è colui che ignora la legge: al contrario, egli la conosce perfettamente. Ciò che lo caratterizza è il tentativo di dimostrarne la falsità, l’ipocrisia, la natura fittizia. Il suo godimento consiste nello smascherare il fatto che là dove si proclama la virtù si nasconde sempre, sotto traccia, il desiderio di trasgredirla. In questo senso il perverso non si limita a violare la legge: egli organizza scene in cui altri siano condotti a farlo. Se si guarda alla vicenda Epstein da questa angolatura, ciò che colpisce non è soltanto la dimensione sessuale dei comportamenti, ma la costruzione di un vero e proprio dispositivo: un mondo chiuso, separato, in cui persone socialmente rilevanti venivano condotte oltre un limite. Il punto non è soltanto il sesso. Il punto è il limite.
La promessa implicita del mondo costruito da Epstein sembra essere stata questa: esiste un luogo in cui i limiti che regolano la vita ordinaria cessano di valere. Nella vita comune ogni soggetto è confrontato con ciò che la psicoanalisi chiama mancanza: il fatto che nessuno possa essere tutto, possedere tutto, godere senza restrizioni. È ciò che nella teoria lacaniana si esprime attraverso il concetto di castrazione simbolica, vale a dire l’esperienza del limite che struttura la vita psichica. Il soggetto nevrotico passa gran parte della sua esistenza tentando di aggirare questo limite: accumulando riconoscimento, successo, potere, ricchezza. Ma il potere non libera dalla mancanza. Anzi, spesso la rende ancora più evidente. Anche il potente scopre che il proprio potere è sempre relativo, subordinato a poteri più grandi, esposto alla perdita, al declino e infine alla morte. È in questo punto che il dispositivo perverso può trovare il suo aggancio. Il perverso offre al nevrotico ciò che egli segretamente desidera: la promessa di una zona in cui il limite non esiste più.
L’isola di Epstein — reale nella sua esistenza geografica ma anche simbolica nella sua funzione — può essere letta come una rappresentazione concreta di questa promessa.
Un luogo separato dal mondo ordinario.
Un luogo sottratto allo sguardo pubblico.
Un luogo in cui ciò che normalmente è proibito diventa possibile.
In termini psicoanalitici potremmo dire che il perverso costruisce una scena in cui l’altro è invitato a occupare la posizione di chi non è più soggetto alla legge del limite. Diventare, per un momento, una sorta di divinità. Non essere più sottoposti alla mancanza.
In questa prospettiva anche il tema del sesso con minori può essere letto in una chiave che non coincide semplicemente con la dimensione pulsionale immediata. Ciò che rende questo atto. particolarmente potente all’interno della scena non è soltanto la sua dimensione sessuale, ma il fatto che rappresenta uno dei tabù più radicali della cultura. È il punto in cui il limite appare massimo. Ed è proprio per questo che diventa il luogo simbolico privilegiato della sua violazione. In altre parole: l’atto acquista valore perché dimostra che il limite può essere oltrepassato. Il godimento perverso non consiste tanto nel desiderare quell’oggetto, quanto nel dimostrare che il limite può essere infranto e che anche coloro che rappresentano il potere e la rispettabilità sociale possono essere condotti a farlo.
Si crea così una particolare alleanza psicologica. Da un lato il perverso trova nel potente il soggetto ideale da coinvolgere nella trasgressione: smascherare chi rappresenta la virtù sociale produce il massimo godimento narcisistico. Dall’altro lato il potente trova nel dispositivo perverso la promessa di un’esperienza che sembra emanciparlo dalla condizione umana della mancanza. Il perverso gode nello smascherare la finzione morale. Il potente gode nell’illusione di potersi sottrarre al limite. Si tratta di una convergenza di convenienze psichiche.
In ultima analisi il dispositivo costruito da Epstein può essere letto come una macchina simbolica che promette ciò che nessuna esperienza umana può realmente offrire: l’abolizione della mancanza. Diventare un essere che può concedersi tutto. Ma questa promessa è, strutturalmente, impossibile. Il limite ritorna sempre: nella legge, nella perdita, nel decadimento del corpo, e infine nella morte. È forse proprio per questo che tali dispositivi esercitano una fascinazione così potente: perché toccano il punto più sensibile della condizione umana, il desiderio impossibile di non essere più soggetti al limite.
CR
