Quando nella coppia emergono due volontà diverse: il punto critico e il compito terapeutico

Nel lavoro clinico con le coppie capita talvolta di incontrare una situazione particolarmente delicata: un partner ha già deciso di lasciare la relazione, mentre l’altro non riesce ad accettare l’idea della separazione. Due desideri opposti, due verità inconciliabili, che arrivano nella stanza del terapeuta con una carica emotiva altissima.

In questi casi spesso uno dei partner — quello che vuole andarsene — cerca l’aiuto del terapeuta per «far capire» all’altro che la relazione è finita. È una richiesta umanamente comprensibile: la rottura è un atto difficile da sostenere da soli. Ma, sul piano clinico ed etico, il terapeuta non può diventare il portavoce di uno dei due, né tantomeno il garante di una verità che non gli appartiene. La terapia di coppia non si costruisce sull’alleanza con uno dei partner, ma sull’alleanza con lo spazio relazionale, con il luogo terzo in cui la coppia può osservarsi e ascoltarsi.

Il punto critico: lasimmetria del desiderio

Ogni relazione attraversa momenti in cui i desideri non coincidono perfettamente, ma ci sono situazioni in cui la divergenza diventa strutturale: uno vuole restare, l’altro vuole andare via. Non è un semplice conflitto: è la rottura dell’equilibrio del desiderio reciproco, il punto in cui la coppia non condivide più lo stesso orizzonte. La relazione entra in una zona di crisi in cui prevalgono: smarrimento e incredulità in chi viene lasciato; senso di colpa o fuga in chi vuole separarsi; tentativi di delega al terapeuta perché «metta ordine». La tentazione è quella di «convincere», «spiegare», «tradurre» la volontà del partner che vuole uscire dalla relazione. Ma questa strada crea solo malintesi, collusioni e ulteriori ferite.

La posizione del terapeuta: né giudice, né portavoce

Il terapeuta non è chiamato a decretare la fine né a impedirla. Il suo compito è un altro: rendere possibile la parola, restituire al soggetto la responsabilità del proprio dire e all’altro la possibilità di ascoltare e di elaborare ciò che viene detto. Il partner che vuole separarsi deve poterlo dire in prima persona. Il partner che non accetta deve poter attraversare il dolore, senza che la verità gli venga imposta come un verdetto. La terapia diventa allora un luogo in cui guardare in faccia l’asimmetria, nominarla, tollerarla, e — quando possibile — trasformarla in un passaggio evolutivo. La terapia, in questi casi, non decide se la coppia si separerà o si ricomporrà. La sua funzione è diversa: evitare che la fine — se fine sarà — avvenga nel silenzio, nell’agito, nella violenza emotiva o nella confusione.

Quando la parola circola: la decisione diventa più autentica; chi lascia può assumersi la responsabilità; chi viene lasciato può iniziare un processo di elaborazione; la coppia, anche nel separarsi, può trovare un modo più «umano» per farlo. E, talvolta, proprio il potersi dire queste verità consente una nuova comprensione reciproca, un chiarimento, una revisione dei ruoli che apre scenari non previsti.

CR