Quando l’adolescente si oppone e umilia i genitori: comprendere e trasformare il disprezzo come modalità di legame
Nei percorsi clinici dedicati agli adolescenti in grave difficoltà, capita spesso di incontrare famiglie devastate non solo dai comportamenti del figlio, ma da un elemento più doloroso e più difficile da comprendere: il disprezzo. Uno sguardo di sfida, un sorriso ironico mentre il genitore è in lacrime, una battuta umiliante davanti a un medico o a un insegnante: sono scene che producono lacerazioni profonde e che i genitori faticano a elaborare. «Perché ci tratta così? Che cosa abbiamo fatto?» è la domanda che più spesso si affaccia. Eppure, sul piano clinico, proprio in quelle manifestazioni di disprezzo si gioca uno dei nodi relazionali più importanti: la modalità di legame sadico-oppositiva. Un punto cieco della sofferenza adolescenziale che, se compreso, può diventare occasione di trasformazione.
Il disprezzo non è solo rabbia, ma una difesa contro la dipendenza
Per comprendere il funzionamento di questi ragazzi è necessario partire da un dato semplice: non esiste odio senza legame. Non esiste disprezzo senza un Altro da cui, in qualche modo, ci si sente dipendenti. L’adolescente oppositivo vive una condizione interna paradossale: dipende affettivamente e materialmente dai genitori, ma vivere questa dipendenza lo espone alla vergogna e la vergogna, per un soggetto fragile, è insopportabile. Il disprezzo diventa allora un meccanismo di sopravvivenza narcisistica: umiliare l’altro per non sentire la propria vulnerabilità. Non si tratta di mancanza di affetto, ma di un tentativo disperato di non essere sopraffatti dalla sensazione di fragilità.
Quando l’umiliazione diventa un modo di regolare la relazione
Il disprezzo non è solo un contenuto emotivo, è una struttura relazionale. Deridere la madre, ridicolizzare il padre, umiliarli davanti a un medico o a un insegnante non è una semplice provocazione. È un modo disfunzionale di creare distanza, mantenere l’illusione di potere, evitare ogni confronto emotivo, proteggersi dalla paura primaria di essere «in mano» agli adulti. La scena tipica è quella dell’adolescente che sorride quando i genitori vengono rimproverati o messi in difficoltà: quel sorriso è un atto di dominio, non di leggerezza. È il tentativo di ribaltare la posizione: «Non vedrete il mio smarrimento. Sarò io a farvi vacillare».
Il ruolo delle sostanze
In molti casi, il disprezzo si potenzia con l’uso di alcol, benzodiazepine e cocaina. L’effetto è triplice: l’alcol riduce l’inibizione e amplifica il comportamento provocatorio; le BDZ creano disinibizione paradossa nei soggetti oppositivi; la cocaina potenzia il narcisismo grandioso e la sfida all’autorità. Le sostanze «saldano” la modalità sadico-oppositiva, la rendono più feroce, più rapida, più difficile da contenere.
Il ruolo dei genitori: quando l’angoscia diventa carburante dell’opposizione
I genitori, travolti dalla paura che il figlio possa farsi male o «rovinarsi la vita», cercano di controllarlo, seguirlo, monitorarlo in ogni passo. È una reazione comprensibile, umana, istintiva. Ma nel funzionamento oppositivo ciò produce un effetto paradossale: più il genitore rincorre, più il ragazzo fugge, agisce, umilia. Il disprezzo si nutre dell’angoscia dell’altro. È la legge non scritta di questa forma di legame disfunzionale.
La cura parte dagli adulti: lavorare con chi porta la domanda
Quando l’adolescente non riconosce un problema, non chiede aiuto, non vuole un colloquio, il trattamento non può partire da lui. La domanda, il dolore, la responsabilità, sono dei genitori: è con loro che occorre lavorare. È il loro cambiamento a modificare il clima relazionale. È la loro posizione adulta a depotenziare la spirale oppositiva. Non è un ripiego, è la via clinicamente più efficace. Bisogna aiutare i genitori a consolidare la loro posizione rispettando poche ma ferme regole. Tre sono gli assi fondamentali su cui operare: 1) regolare l’angoscia: non si può agire quando si è in uno stato di costante allarme. L’obiettivo è trasformare la paura in lucidità; 2) ripristinare l’autorità: i genitori devono avere comportamenti coerenti, non devono parlare tanto ma imporre limiti chiari e non farsi ingaggiare nel gioco provocatorio del figlio; 3) non colludere con il figlio, ovvero non inseguire il figlio ovunque, non coprire le conseguenze dei suoi atti, attivare i servizi di emergenza quando serve e smettere di proteggere ciò che non è proteggibile. Il genitore deve tornare a essere struttura e non bersaglio. Quando gli adulti cambiano, l’adolescente deve ridefinire il proprio modo di stare in relazione. L’adolescente oppositivo non teme la punizione: teme l’indifferenza, teme la solidità, teme l’adulto che non vacilla. Quando il genitore smette di reagire emotivamente all’umiliazione, la modalità sadico-oppositiva perde potere. Questo è il momento in cui l’adolescente deve reinventarsi. È qui che, a volte, nasce finalmente una domanda interna. È qui che può iniziare un percorso terapeutico diretto con il ragazzo.
Conclusione
Il disprezzo è una modalità relazionale tossica, ma è pur sempre una relazione. Dietro l’ironia tagliente, la sfida oppositiva e l’umiliazione c’è quasi sempre un adolescente che non riesce a sopportare la propria vulnerabilità e che usa il dominio come ultima difesa possibile. La cura non consiste nel «domare» il ragazzo, ma nel ristrutturare la posizione dell’adulto. Quando i genitori ritrovano la propria voce, i propri confini e la propria funzione, il legame si trasforma. E l’adolescente, finalmente, può tornare a crescere.
CR
