Il punto cieco della psichiatria: la sessualità del paziente

Il desiderio, il corpo, il piacere e la relazione non scompaiono quando la mente vacilla. Si trasformano, si disorganizzano, talvolta si nascondono, altre volte emergono in modo caotico. Eppure, nella pratica psichiatrica, la sessualità resta spesso ai margini del discorso clinico. È presente nei corpi, nei gesti, nei silenzi, nelle crisi improvvise. Ma è quasi assente nei protocolli, nei piani assistenziali individualizzati, nei verbali d’équipe, nelle cartelle cliniche. Quest’assenza non è casuale. La sessualità è una materia instabile, difficile da contenere. Introduce ambiguità, conflitto, imprevedibilità. Non si lascia ridurre facilmente a categorie diagnostiche o procedure operative. Per questo tende a essere evitata. È proprio questa resistenza all’inquadramento che ne segna il destino nei contesti di cura: ciò che non si lascia ordinare, misurare e formalizzare viene progressivamente escluso dal campo clinico. Tale esclusione, tuttavia, non si esaurisce in questa dimensione: altre ragioni, meno evidenti ma altrettanto operative, contribuiscono a mantenere la sessualità ai margini del discorso clinico.

Quando la sessualità entra nella scena della cura, qualcosa cambia. Il paziente non è più soltanto un portatore di sintomi, diventa un soggetto che desidera, che sceglie, che può legarsi. Questo passaggio modifica profondamente lo sguardo clinico e mette in tensione gli equilibri istituzionali. Anche l’operatore viene coinvolto, non è più soltanto un tecnico, diventa oggetto di investimento affettivo, di transfert, di proiezioni. La neutralità si incrina e con essa la sicurezza del ruolo. La sessualità, dunque, crea disordine, spariglia le gerarchie, destabilizza le cornici, costringe a pensare, a sostare nell’incertezza e questo, nei contesti di cura, può essere percepito come un rischio.

Occuparsene, inoltre, richiede fatica. Una fatica, innanzitutto, pratica: gestire la privacy, gli spazi, le relazioni tra pazienti; rispondere a bisogni concreti – contraccezione, visite, igiene, disfunzioni – e integrare tutto questo nei progetti terapeutici. C’è poi una fatica emotiva: la sessualità attiva imbarazzo, vergogna, risonanze personali; porta con sé storie di abuso, di rifiuto, di fallimento relazionale; espone il clinico a vissuti intensi, non sempre facilmente mentalizzabili. Se non sostenuta, questa fatica genera evitamento. Esiste, infine, anche una fatica cognitiva. La sessualità obbliga a tenere insieme livelli diversi: clinico, etico, giuridico, relazionale; obbliga ad abitare domande complesse: c’è consenso? c’è capacità? come documentare? Ciò, in assenza di riferimenti chiari, aumenta l’ansia da responsabilità.

Ma il punto più delicato è un altro. La sessualità espone il professionista. Non riguarda mai solo il paziente. Interroga il rapporto personale del terapeuta con il corpo, il limite, il desiderio. Mette in gioco ciò che spesso resta implicito. Parlare di sessualità significa anche tollerare quest’esposizione, senza rifugiarsi completamente nel ruolo, senza negare le risonanze interne, cercando di mantenere una posizione professionale, ma non difensiva. È un equilibrio complesso, che richiede maturità clinica.

Anche le famiglie rappresentano un nodo critico. Spesso queste faticano a riconoscere la dimensione sessuale del paziente. Il figlio resta, simbolicamente, un «figlio eterno». La malattia congela il passaggio all’età adulta e con esso il diritto al desiderio. La sessualità, in questo contesto, appare minacciosa. Può mettere in crisi equilibri già fragili, evoca scenari temuti: relazioni, delusioni, gravidanze. Diventa una variabile da contenere, più che una risorsa da pensare. E così viene negata o silenziata. A questo si aggiunge una matrice culturale più ampia. Storicamente, la sessualità è stata associata al disordine e alla patologia. Un campo da controllare, reprimere, normalizzare. Queste tracce non sono scomparse, continuano a influenzare lo sguardo contemporaneo. Esiste inoltre il pregiudizio persistente che alcune categorie non debbano avere una sessualità. I malati psichiatrici, come altri soggetti fragili, vengono implicitamente desessualizzati. Oppure, al contrario, considerati pericolosi. In entrambi i casi, il loro desiderio non trova legittimazione. Infine, pesa un equivoco sul mandato professionale. «Non è materia nostra.» «Se ne occuperà qualcun altro.» Ma spesso questo «altro» non esiste davvero e il tema resta senza interlocutore.

Eppure, la sessualità appartiene alla qualità della vita, alla costruzione dell’identità, alla possibilità di relazione. Escluderla significa lavorare su un soggetto parziale, ridotto ai suoi sintomi. Riconoscerla non significa banalizzarla né agire senza limiti, significa darle uno spazio pensabile, costruire linguaggi, strumenti, contesti adeguati, accettare la complessità che comporta e assumerla come parte integrante della cura. Ignorare la sessualità non protegge il lavoro clinico: lo semplifica, ma lo impoverisce. Accoglierla, invece, lo rende più esigente, ma anche più aderente alla realtà del soggetto. Perché il paziente psichiatrico non è solo un insieme di sintomi, è un corpo, una storia, un desiderio. E la cura, se vuole essere tale, non può permettersi di dimenticarlo.

Occuparsi della sessualità dei pazienti non è quindi una scelta ideologica. È una necessità clinica. La sessualità attraversa il funzionamento psichico, l’identità, il corpo, i legami. Ignorarla non è neutralità. È lasciare senza parola una dimensione centrale dell’esperienza. I pazienti fanno sesso. È un dato di realtà, non un’ipotesi. Talvolta in modo organizzato, talvolta caotico, talvolta rischioso. Ma accade comunque e anche nei contesti di cura. Negarlo non lo impedisce, lo rende invisibile. E ciò che è invisibile non è pensabile. E ciò che non è pensabile non è gestibile. Resta agito, spesso senza contenimento. La sessualità nei pazienti non è un’anomalia, è espressione di bisogni affettivi, corporei, identitari. A volte è regolazione dell’angoscia ma è anche ricerca di contatto, di riconoscimento, di esistenza. Può essere disorganizzata. Può essere confusa. Può essere anche pericolosa. Ma resta una via attraverso cui il soggetto tenta di sentirsi vivo e per questo va compresa, non censurata. In un’ottica riabilitativa, il sesso tra pazienti non è solo un problema. Può essere anche un segnale di vitalità, di desiderio e possibilità riabilitativa. Occuparsene significa trasformare l’agito in pensiero, dare parola a ciò che, altrimenti, resta muto. Rendere condivisibile ciò che si esprime solo nel comportamento. Introdurre responsabilità dove c’è solo impulso. Non negare, quindi, ma orientare.

La sessualità incide direttamente sulla qualità della vita. Non è un elemento accessorio. È un indicatore clinico rilevante. Attraversa il benessere soggettivo, influenza l’autostima e il senso di sé e condiziona la possibilità di integrazione sociale. Le evidenze sono ormai consolidate: una vita sessuale soddisfacente si associa a una migliore salute mentale, riduce l’isolamento, favorisce il mantenimento dei legami e incrementa l’aderenza ai trattamenti. In alcune ricerche, inoltre, si correla a una maggiore aspettativa di vita. Ignorare la sessualità non è senza conseguenze. Produce effetti clinici concreti: disfunzioni che restano non riconosciute; sofferenze che non trovano espressione; interruzioni della terapia; progressivo ritiro relazionale. Gli psicofarmaci intervengono in modo significativo su questo piano. Possono ridurre il desiderio; indurre disfunzioni erettili; determinare anorgasmia; modificare l’immagine corporea e alterare il rapporto con il proprio corpo. Quando questi effetti non vengono nominati il paziente resta solo a gestirli e spesso interrompe la terapia. Non per opposizione. Ma per una perdita di qualità della vita che non riesce a tollerare. La compliance, dunque, passa anche attraverso il riconoscimento di questi aspetti.

Le soluzioni farmacologiche, da sole, non sono sufficienti. Gli inibitori della fosfodiesterasi possono offrire un supporto. Ma non affrontano la complessità del problema. Serve uno spazio di ascolto. Serve la possibilità di nominare ciò che accade. Serve legittimare la domanda.

La sessualità, inoltre, è parte dell’identità. Non riguarda soltanto ciò che si fa. Riguarda ciò che si è. Il modo in cui il soggetto si percepisce, il modo in cui si sente visto dall’altro, il modo in cui abita il proprio corpo. Nei pazienti psichiatrici, l’identità è spesso fragile. Può essere frammentata, instabile e messa in crisi dalla malattia, dai trattamenti, dal contesto sociale. In questo scenario, la sessualità può diventare un punto di sofferenza. Ma anche un possibile punto di ricostruzione. Non è possibile lavorare sull’identità ignorando il corpo. Non è possibile promuovere autonomia senza includere il desiderio. Non è possibile parlare di relazione senza considerare l’intimità perché sessualità attraversa tutte queste dimensioni, anche quando non viene esplicitata. Occuparsene non richiede necessariamente protocolli complessi, richiede innanzitutto un cambio di sguardo. Autorizzarsi ad aprire il tema, anche con parole semplici, anche senza una competenza specialistica formalizzata. Richiede confronto, disponibilità a riconoscere le personali difficoltà, spazi di pensiero condiviso e lavoro d’équipe. Richiede integrazione del tema nella pratica clinica, senza relegarlo a eccezione o emergenza. Richiede un lavoro con le famiglie per accompagnarle nel riconoscere il paziente come soggetto adulto, come essere desiderante, come persona tesa al legame e non solo come oggetto di cura o di protezione. In questa prospettiva, la sessualità non è un problema da contenere. Occuparsene significa, in ultima analisi, restituire al paziente la possibilità di esistere anche come soggetto del desiderio.

La sessualità, quindi, non è un margine della clinica. È uno dei suoi punti più sensibili. Dove la si evita, la cura si restringe. Dove la si pensa, la cura si approfondisce. Non occuparsene non è prudenza. È rinuncia. Occuparsene non è «fare di più», è riconoscere il paziente per intero. E, in fondo, è questo il punto decisivo: non c’è riabilitazione senza soggetto e non c’è soggetto senza desiderio.

CR