La nostalgia del desiderio
A volte il tempo non conserva le persone. Conserva il desiderio che abbiamo avuto di loro.
Antonella.
Fiammetta.
Laura.
I nomi restano. I volti no.
Corpi dispersi, forse sfioriti, forse mai esistiti come li ricordo.
Allora bruciavano.
Oggi brucia ciò che non brucia più.
Non loro.
Il desiderio.
Forse è proprio questo il punto: a distanza di anni, ciò che torna non è necessariamente la persona desiderata, ma la traccia lasciata dal desiderio. L’immagine si deteriora, il volto si confonde, il corpo si allontana. Il nome, invece, resta.
In termini lacaniani, il significante sopravvive all’immagine. Antonella, Fiammetta, Laura non sono più soltanto persone reali: diventano nomi capaci di riaprire un tempo, una tensione, una particolare forma del desiderare. Ma ciò che ritorna non è necessariamente il desiderio di quelle donne. Si può essere nostalgici non dell’oggetto, ma del proprio desiderare.
Non: «mi manca lei». Piuttosto: «mi manca ciò che ero mentre la desideravo». È qui che il ricordo cambia statuto.
L’oggetto reale può essere quasi scomparso. Se incontrassimo oggi quelle persone, forse non proveremmo nulla. Potrebbero perfino apparirci estranee. E tuttavia il loro nome continua a toccare qualcosa. Questo perché l’oggetto del desiderio non coincide mai completamente con la persona concreta. Quella persona è stata, in un certo momento, il supporto di qualcosa che la oltrepassava: uno sguardo, una distanza, una promessa, un’impossibilità. Qualcosa che ha messo in moto il desiderio. Qui si può intravedere ciò che Lacan chiama oggetto a: non la persona in sé, ma ciò che, attraverso di lei, ha funzionato come causa del desiderio.
Con il tempo, allora, avviene un rovesciamento. Da giovani si soffre perché il desiderio non si compie. Più tardi si può soffrire perché non si desidera più con la stessa intensità. Prima la ferita è l’assenza dell’oggetto. Poi può diventare l’assenza del desiderio stesso.
Ed è forse per questo che certi nomi resistono così a lungo nella memoria. Non commemorano soltanto qualcuno che abbiamo desiderato. Commemorano una versione di noi stessi capace di desiderare in quel modo. Il passato, allora, non torna davvero come presenza. Torna come traccia. Non dell’oggetto perduto ma del desiderio perduto.
CR
