Quando il desiderio sessuale contraddice l’immagine che abbiamo di noi

Ci sono adolescenti e giovani adulti che arrivano in consultazione non perché non abbiano una vita sessuale, ma perché hanno scoperto una parte della propria sessualità che non riescono a riconoscere come propria. Spesso hanno una relazione affettiva, desiderano il partner e vivono rapporti sessuali soddisfacenti e consensuali. È una sessualità nella quale si riconoscono, coerente con l’immagine che hanno di sé. Accanto a questa, però, può esistere una sessualità masturbatoria molto diversa, talvolta alimentata dal web, nella quale compaiono fantasie o immagini violente, estreme, sadiche o masochistiche. In alcuni casi la ricerca può spingersi fino a contenuti che rappresentano violenza sessuale reale.

Non voglio soffermarmi qui sugli aspetti giuridici, che naturalmente non sono secondari. Mi interessa un altro punto: lo spaesamento soggettivo prodotto dalla scoperta di un’eccitazione che sembra contraddire radicalmente l’immagine che il giovane ha di sé.

La domanda che compare è spesso molto semplice e molto angosciante: «Se mi eccita questo, allora chi sono davvero?» È qui che si apre una frattura. Il giovane può pensarsi come una persona affettuosa, rispettosa, non violenta. Può amare il proprio partner e non desiderare affatto fare del male. E tuttavia scoprire che alcune rappresentazioni di dominio, violenza, sottomissione o perdita di controllo gli producono eccitazione. A quel punto tende a costruire un’equazione implicita:

mi eccita → quindi lo desidero → quindi questo è ciò che sono.

Ma questa equivalenza è troppo semplice. L’eccitazione sessuale non coincide con una volontà cosciente. Una fantasia non è un progetto. E soprattutto non rappresenta, da sola, la verità ultima dell’identità di una persona. Eccitazione, desiderio, fantasia, comportamento e identità sono piani differenti. Possono sovrapporsi, ma possono anche divergere profondamente. Una persona può essere eccitata da una scena che non vorrebbe mai vivere realmente. Può fantasticare una posizione di dominio senza desiderare di esercitare violenza. Può immaginare una totale passività senza volerla sperimentare nella realtà. Può essere attratta dall’interdetto, dal limite o dall’eccesso senza che questo si trasformi in un’intenzione concreta. Ed è proprio questa distanza tra fantasia e identità che, per alcuni giovani, diventa difficile da tollerare.

La psicoanalisi conosce bene la frattura tra l’Io e il desiderio. Da una prospettiva lacaniana, il soggetto non coincide mai perfettamente con l’immagine cosciente che ha di sé. Esiste ciò che pensiamo di essere, ciò che diciamo di essere, ciò che riconosciamo come coerente con la nostra identità; ma esiste anche una dimensione del desiderio e del godimento che non è completamente trasparente alla coscienza. In termini semplici: non siamo padroni assoluti di ciò che ci eccita. Ed è proprio questo a poter risultare perturbante.

Lacan distingue il piacere dal godimento. Il godimento non è semplicemente ciò che «fa stare bene». Può contenere eccesso, angoscia, trasgressione, perfino qualcosa di sgradevole. Può attrarre il soggetto proprio nel punto in cui lo mette a disagio. Per questo una fantasia può contemporaneamente eccitare e disgustare. Il problema, allora, non è soltanto la fantasia in sé. È il significato che il soggetto le attribuisce. Se viene vissuta come una rivelazione identitaria, può diventare una sorta di prova contro se stessi: «Pensavo di essere una certa persona. Se mi eccita questo, allora forse non nmi conosco».

La sessualità incrina così l’immagine attraverso cui il soggetto si riconosce. Una stessa fantasia può assumere significati molto diversi, ma prima ancora di comprenderne il significato ciò che conta, in questi casi, è lo spaesamento che produce. Quell’eccitazione proviene da una parte di sé che non riconosce. Non riesce a integrarla nella propria immagine e finisce per viverla come qualcosa di estraneo, clandestino o minaccioso. Qualcosa che vorrebbe cancellare. Da qui possono nascere vergogna, disgusto, paura di essere «diversi», fino alla necessità di controllare continuamente le proprie reazioni per capire che cosa dicono della propria identità. In alcuni casi, inoltre, la ricerca di contenuti sempre più intensi può accentuare questa sensazione di estraneità. Il soggetto può avere l’impressione di essere trascinato verso qualcosa che non sente di avere scelto e che, proprio per questo, diventa ancora più inquietante.

Il lavoro clinico comincia allora dal rendere pensabile questa frattura. Non si tratta di rassicurare frettolosamente dicendo che una fantasia «non significa nulla», ma nemmeno di trasformarla immediatamente in una diagnosi o in una definizione identitaria. La questione è aiutare il soggetto a riconoscere che una parte della propria vita erotica può non coincidere perfettamente con l’immagine cosciente che ha di sé. Solo quando questa distanza diventa pensabile, la fantasia smette di presentarsi come una sentenza sull’identità.

Ci sono due errori opposti. Il primo è la condanna identitaria: «Se mi eccita questo, allora sono pericoloso, perverso, mostruoso.» Il secondo è la banalizzazione: «È solo una fantasia, quindi non conta nulla.» Entrambe le posizioni impediscono di comprendere. Una fantasia conta, perché appartiene alla vita psichica del soggetto. Ma non coincide necessariamente con la totalità della sua identità e non determina automaticamente ciò che farà. Il punto è poterla pensare, collocarla e simbolizzarla. Questo diventa particolarmente importante quando il circuito erotico assume caratteristiche invasive, quando le fantasie diventano progressivamente più estreme, quando la masturbazione acquista una dimensione compulsiva o quando compare la paura concreta di perdere il controllo. In questi casi è utile un lavoro psicoterapeutico e sessuologico specifico. Lo scopo non è arrivare rapidamente a una sentenza su «che cosa si è». Lo scopo è comprendere quale posto occupi quella fantasia nella propria vita psichica senza lasciarle il potere di definire l’intera identità. Forse una parte della maturazione sessuale passa anche da qui: dalla possibilità di accettare che non tutto ciò che ci eccita coincida perfettamente con l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Il compito non è trasformare ogni fantasia in realtà, ma nemmeno cancellarla. È poter arrivare a dire:«Questa fantasia appartiene alla mia vita psichica, ma non esaurisce ciò che sono e non decide ciò che farò». Ed è proprio quando una fantasia può essere pensata, simbolizzata e collocata che smette, almeno in parte, di essere vissuta come una minaccia alla propria identità.

CR