Si può curare il tradimento?

Oggi dalla nostra relazione d’amore ci aspettiamo tanto, forse troppo. Vogliamo che sia attraversata dalla passione, desideriamo che sia abitata dall’amicizia, dalla confidenza e dall’intimità, ci aspettiamo che il nostro amato sia sintonico con i nostri interessi e le nostre aspirazioni, oltre che allo stesso livello intellettuale. E non basta ancora, per sentirci nella relazione giusta desideriamo essere i prescelti, indispensabili e insostituibili. L’infedeltà ci dice che non lo siamo! Piuttosto manda in frantumi la grande ambizione d’amore. Se nel corso della storia l’esperienza dell’infedeltà subita è sempre stata dolorosa, oggi è devastante perché incrina il nostro senso del sé. Eppure oggi siamo assai inclini al tradimento, perché viviamo in un tempo in cui ci sentiamo autorizzati a rincorrere i nostri desideri, il tempo che promuove la cultura del «mi merito di essere felice». Prima si tradiva per infelicità, oggi si tradisce perché si potrebbe forse essere più felici. Inoltre, non c’è dubbio, l’avventura è divenuta un bene di consumo popolare. Non è mai stato così facile e l’avvento del web ha moltiplicato le occasioni di conoscenza e d’incontro. Ora senza avvicinarci al cinismo del drammaturgo e giornalista Millor Fernandes che definisce la monogamia «la capacità di essere infedele alla stessa persona per tutta la vita» non si può tuttavia negare che la possibilità per una coppia di fare esperienza del tradimento non sia un’evenienza probabile.

Qui non parlerò del perché si tradisce, ma dirò se è possibile curare il tradimento. La risposta è sì, eppure il più delle volte i primi a non averne speranza e neppure voglia sono i due disgraziati che aspettano nella sala d’attesa del terapeuta. Uno, il traditore, vi è stato condotto; l’altro, il tradito, è alla ricerca dell’ennesimo tribunale in cui mettere alla gogna il fedifrago. Entrambi a loro modo soffrono e sono arrabbiati, entrambi hanno speranze assai ridotte: il tradito, al netto della rabbia, di poter amare ancora; il traditore di riagguantare lo «status quo ante bellum», ovvero come stavano le cose prima dello smascheramento. Cosa si può fare in una situazione così ingarbugliata da scoraggiare anche un terapeuta navigato? Molto! Per primo egli deve sospendere il giudizio morale. Non è semplice, perché è facile empatizzare con le ragioni del tradito, soprattutto se è dello stesso sesso del terapeuta. I rispecchiamenti sono trappole da cui guardarsi poiché anche il terapeuta è stato o un traditore o un tradito o uno che come tutti vive in bilico. Il terapeuta deve inoltre evitare di pronunciare frasi come «del tradimento parleremo dopo» o «bisogna saper perdonare». Sono parole inaccettabili per il tradito. Non è possibile occuparsi d’altro quando la mente del tradito è continuamente parassitata dalle immagini del tradimento.

Ciò premesso, la cura del trattamento evolve in tre momenti: quello dell’espiazione, quello del riavvicinamento e quello del recupero della sessualità. La fase dell’espiazione è durissima; non è possibile per il partner tradito ricucire uno scampolo di fiducia se non si sottopone alla prova della conoscenza, ponendo tutte le domande del caso in merito alla relazione extraconiugale del traditore. Né ciò serve se il traditore non si dispone a rispondere con sincerità. Qualsiasi suo movimento di ritiro, di negazione, di svilimento del bisogno di conoscenza del partner offeso fiaccherebbe all’origine lo sforzo teso alla riconciliazione, inducendo nel tradito ancora più rabbia. Tutto può e deve chiedere il tradito, eccetto informazioni sui dettagli della relazione sessuale intercorsa tra il traditore e il suo amante. Questo per preservarlo dal conoscere il «particolare sessuale» che non avrebbe che una valenza traumatica. Ogni altra domanda è invece lecita: «Come vi siete conosciuti? Che cosa ti ha attratto? Perché non me lo hai detto? Provi ancora qualcosa per lei/lui? Quando l’hai vista/o l’ultima volta? L’hai amata/o? Perché vuoi me e non lei/lui?». Il momento della conoscenza è durissimo in sé e il beneficio che può derivarne rischia d’essere vanificato dall’atteggiamento critico e dal disprezzo che il tradito riversa sul traditore. Qui il terapeuta deve essere bravo ad aiutare il tradito a esprimere emozioni e a porre domande in modo da non sabotare il primario obiettivo (terapeutico) di essere ascoltato dal traditore. Infatti è molto difficile per il traditore mettersi in relazione con il dolore del suo partner. Il traditore deve toccare a fondo la sofferenza del compagno per potersi dispiacere sinceramente e in questo senso il castigo più duro per chi tradisce deve prendere la forma del perdono. Diversamente le scuse saranno frasi formali che non sortiranno alcun effetto. Si spera quindi che questi nel tempo riesca a esprimere rimorso, e più lo fa meglio è. Ma il tutto non si svolge in modo lineare, perché il tradito ha bisogno di tempo. Le scuse infatti sono inefficaci, non solo se sono insincere, ma anche se il tradito non ha avuto tutto il tempo necessario per esprimere il proprio dolore e sentirsi compreso. Quando il partner ha esaurito tutte le domande e non desidera chiedere più nulla, quando è riuscito a emendare l’espressione del suo dolore dalla critica e dal disprezzo, quando la sofferenza del tradito ha infiltrato la corazza del traditore, quando questi ha empatizzato con il dramma del tradito e ciò è diventato parola, ecco allora che la fase dell’espiazione può considerarsi conclusa.

Se qui si arriva, allora è possibile iniziare a concentrarsi sui problemi interni della coppia, ma anche sulle origini evolutive dei sentimenti di rifiuto, inferiorità, vergogna e colpa innescati dall’esperienza del tradimento. È il momento in cui il partner tradito inizia ad ammettere che anche il suo comportamento non è stato ineccepibile. Inizia insomma a comprendere che ci vogliono due persone perché una relazione entri in crisi. Qui siamo nella fase del riavvicinamento, dove accade che i due protagonisti riconoscono quanto si sono progressivamente allontanati, quanto si sentivano soli, sconfortati e sfiduciati, quanto avessero smarrito il desiderio della vicinanza fisica, quanto il tradimento non sia stato che il figlio della loro miseria relazionale. Questo è un crocevia rimarchevole perché ora i due possono capire che, anche se è finita la loro prima relazione, forse può iniziarne una nuova. Da questo punto tutte le dinamiche di coppia verranno osservate e analizzate, e si dovrà imparare ad acquisire confidenza con nuovi modi di gestire il conflitto. C’è in questa fase ancora un netto divario tra l’affettuosità del tradito e quella del traditore. È evidente che, esprimendo la propria affettuosità, il tradito si avvicina all’amato (il traditore) e ciò lo espone alla paura di essere di nuovo ferito. Per un tale passo bisogna riappropriarsi della fiducia e non è facile. Accade infatti che un tradito ammetta il suo sentimento verso il traditore e nella seduta successiva si ponga di nuovo in modo ostile e rabbioso verso di lui/lei. È così, si procede a corrente alternata, mentre la coppia è impegnata nella ridefinizione della relazione.

Quando i partner manifestano un miglioramento nella gestione dei conflitti e il filo della vicinanza inizia a ravvivare la tela tesa tra i due, siamo sulla soglia della terza fase, quella della sessualità. Qualche volta i due ci hanno già provato con la balzana aspettativa che il sesso li avrebbe aiutati a non perdersi. È un cattivo uso della sessualità, perché prima di esporsi al sesso bisogna consolidare la fiducia. La fase della sessualità è l’occasione per esprimere le proprie preferenze sessuali e non è raro scoprire che nessuno dei due conosce ciò che incendia l’altro. Ovviamente un tale lavoro elicita domande sull’altra relazione sessuale, quella illecita. In questo caso si richiede alla coppia di riportare il focus sulla loro storia, li si aiuta a capire che questo è il tempo della costruzione, dove insieme hanno l’occasione di ridefinire il loro nuovo mondo speciale, sintonizzato su ciò che li eccita e quindi li unisce.

È finita? No, c’è ancora un ultimo passo. Bisogna discutere le conseguenze che potrà avere un qualsiasi tradimento futuro. Un argomento non piacevole ma che è tuttavia bene esplicitare in terapia, piuttosto che a casa durante un litigio. È un passaggio che rimanda alla lealtà, all’essere affezionati al proprio partner più che a chiunque altro e al non scrutare continuamente l’orizzonte alla ricerca di qualcuno che «forse potrebbe essere migliore e rendermi più felice». Qui giunti, la terapia è finita. È una strada faticosa e insidiosa per tutti, compreso il terapeuta, ma è una strada percorribile se si ha pazienza e si è così bravi da non consentire che la rabbia soffochi la speranza di una seconda storia, emendata dagli errori della prima.

CR

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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