Selfie e disturbi mentali

Leggo e commento senza aver potuto consultare la fonte dell’articolo de Il mattino. Ma vedere che qualcuno dei miei colleghi d’oltreoceano si sia preso il fastidio di individuare una nuova malattia a partire da un comportamento – nello specifico, fare troppi selfie – mi disarma.

È vero che uno dei compiti della psichiatria è quello di tracciare i confini tra normalità e malattia mentale. Un impegno importante e delicato con un’enorme importanza sociale, poiché definisce molti aspetti cruciali nella vita delle persone, come chi va considerato sano e chi malato, che tipo di terapia offrire, chi è che la deve pagare, chi ottiene i sussidi di invalidità, chi può pilotare un aereo o adottare un bambino e molto altro ancora.

Ma dobbiamo stare attenti a non medicalizzare la normalità. La maggior parte dei problemi che abbiamo, compreso quello di autocompiacerci utilizzando le nuove tecnologie smart, non è una malattia, se non in casi marginali, per i quali comunque non è necessario ricorrere a nuove diagnosi. Indulgere nel fotografarsi non può, di per sé, considerarsi una patologia. Un comportamento non può mai essere malattia se non inserito all’interno di un più articolato quadro sindromico.

Altrimenti la timidezza diventerebbe subito una fobia sociale, la precisione un’ossessione, la prodigalità un episodio di ipomania, la facilità con cui dimentichiamo i nomi un disturbo cognitivo, la golosità un’abbuffata compulsiva e così via.

No. Farsi i selfie, oltre a essere una moda (che come tale ha sempre qualcosa di eccessivo, altrimenti come potrebbe discostarsi dall’ovvio, dal già visto) è anche una forma di autocompiaciuta moltiplicazione di sé. E, al tempo dell’individualismo assurto a filosofia di vita, è per lo più avventuroso designarlo come malattia, a meno che non ci si disponga a patologicizzare il 50% dei possessori di smarphone.

Certo, potrà anche essere uno dei possibili strumenti per esprimere, in modo pervasivo, il senso di grandiosità che alberga in taluni di noi, ma per questi già c’è una categoria diagnostica: ossia il disturbo narcisistico di personalità.

Dobbiamo diffidare dai tentativi di elevare i comportamenti alla dignità di diagnosi. Al contrario, è ciò che motiva il comportamento, è ciò che è a lui sotteso o che lo accompagna a darci lumi sulla natura benigna o meno di esso. Insomma, la diagnosi è una cosa seria e i selfie una moda divertente.

 

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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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