Quando l’attività fisica è una dipendenza

Conoscete anche voi persone che praticano attività fisica in modo così continuativo e intenso da sembrarvi eccessivo? E, se sì, questo eccesso di attività fisica può essere l’espressione di un disagio psichico?

Rispondere a questa domanda non è semplice e ci vuole prudenza. Primo perché, se pur è stato ipotizzato un disturbo di dipendenza comportamentale da esercizio fisico, questa supposta patologia non è inclusa nell’attuale edizione del Manuale Statistico e Diagnostico dell’American Psychiatryc Association – che per inciso è il manuale dove sono inseriti i disturbi mentali scientificamente riconosciuti –, né lo è stata peraltro nelle edizioni precedenti.

Vero è che conosciamo molto bene la dipendenza da esercizio fisico secondaria alla presenza di un disturbo dell’alimentazione, quale per esempio l’anoressia o la bulimia. Ma in questo caso l’obiettivo del comportamento è il calo ponderale, il controllo del peso e, in questa logica, l’eccesso di attività fisica non è che uno dei mezzi per raggiungere tale scopo. Ma ciò qui non interessa. E neppure è in questione quell’auspicabile stile di vita che prevede una regolare attività funzionale al mantenimento della forza, della resistenza e della flessibilità del nostro apparato osteo-artro- muscolare.

Il punto è se esista davvero una condizione di impellente necessità di attività fisica apparentemente fine a se stessa che, se non trova modo di esprimersi, determina marcato disagio. In questa evenienza si configurerebbe il vero e proprio disturbo da esercizio fisico, da intendersi come una delle possibili espressioni delle patologie di dipendenza. Sappiamo che nei disturbi di dipendenza la molla dell’uso della sostanza (per esempio cannabis, cocaina, droghe sintetiche) o della messa in atto di un certo comportamento (per esempio il gioco d’azzardo o il sesso) sarebbe nell’evitare qualcosa di negativo, anche se il soggetto può essere del tutto inconsapevole delle ragioni sottese al suo comportamento. In quest’accezione il comportamento dipendente si configura come una modalità di fuga da una condizione di stress – è il caso di conflitti coniugali, sentimentali, lavorativi, soprattutto quando questi tendono a essere cronici – che viene inconsciamente percepita come non affrontabile e che si esprime come tensione emotiva, ansia, senso di instabilità, insoddisfazione, irritabilità.

Questa è, molto in sintesi, una delle ipotesi causali di tipo psicologico della dipendenza. Esistono però altre interessanti ipotesi di natura neurobiologica di cui la più nota è quella che correla il benessere che percepiamo durante l’attività fisica a un aumento delle beta-endorfine e ad altri oppioidi endogeni, soprattutto la dinorfina e la met-encefalina, la cui azione a livello del sistema nervoso centrale è simile a quello della morfina. Secondo questo piano di comprensione il meccanismo della dipendenza sarebbe correlato non «alla fuga da» ma al «piacere» dello «sballo», alla «sensazione tipo di volare», allo «stato di euforia», alla «scomparsa della stanchezza» indotta dall’aumento delle endorfine correlato all’intensa attività fisica. Ma lasciamo le ipotesi eziologiche e torniamo al comportamento in oggetto, cioè l’eccesso ipotizzato di attività fisica e la sua messa in atto nel modo sopra detto: anche se continuativo e intenso, non è ancora sufficiente per diagnosticarlo come disturbo. Per arrivare a ciò occorre altro.

Per primo l’esperienza dell’astinenza, ovvero la presenza di uno stato emotivo quale per esempio l’irritabilità o sintomi somatici quali la nausea o la cefalea innescati dall’impossibilità di effettuare l’attività fisica. Gli stati emotivi negativi debbono essere intensi, perché un disagio generico si può riscontrare in tutte le persone che svolgono con regolarità attività fisica quando sono impedite a farlo.

La preminenza è un altro aspetto importante e questa si realizza quando l’attività fisica diventa l’aspetto centrale della propria esistenza. Tutto si muove in relazione agli allenamenti e il pensiero è polarizzato su di essi.

La tolleranza che si ha quando si osserva un progressivo intensificamento del tempo dedicato all’allenamento, che erode in maniera significativa altre importanti attività del soggetto.

L’ancoraggio dell’umore all’attività fisica è quando ci si sente entusiasti se si è svolto un buon allenamento o irritati se si è impediti a farlo o lo si è fatto male.

La deriva relazionale nella forma  di conflitti coniugali, interruzioni di relazioni, problemi lavorativi, che stanno a indicare come il comportamento non sia più sotto il controllo del soggetto, che sacrifica attività professionali o relazioni pur di metterlo in atto.

Certo, è possibile anche osservare tentativi di controllo del comportamento che sortiscono qualche iniziale effetto, ma che nei casi di vera dipendenza esitano sempre in una recidiva, ovvero nella rimessa in atto dello stesso nonostante i danni che causa.

A fronte di un quadro sindromico così articolato, ritengo che sia legittimo postulare una diagnosi di dipendenza comportamentale da esercizio fisico, tenendo però in conto che al momento la letteratura scientifica è controversa e diverse ricerche non hanno rilevato evidenze di una dipendenza primaria da esercizio fisico, suggerendo che tutti i comportamenti problematici che si esplicano attraverso l’eccesso di esercizio fisico siano secondari a disturbi dell’alimentazione. È tuttavia un punto controverso ed esistono casi documentati di eccesso di esercizio fisico in cui i disturbi dell’alimentazione sono del tutto assenti. A titolo esemplificativo vi racconto una storia dove non si osserva la presenza di un disturbo dell’alimentazione e che potrebbe dunque essere a buona ragione ritenuta un caso di dipendenza primaria da esercizio fisico.

Marta ha 28 anni, un buon livello culturale e sta iniziando a guardare al suo bisogno di attività fisica come a un problema. È in ottima condizione fisica, il suo Indice di Massa Corporea è nella norma, l’anamnesi è muta per disturbi dell’alimentazione o altri disturbi mentali, presenta al momento della nostra conoscenza un risentimento alla caviglia per il quale le è stato suggerito un periodo di riposo. Marta è una maratoneta, non è una professionista ma non c’è maratona di una grande città che non l’abbia vista in campo. Lavora in una piccola azienda familiare e ha tempo da dedicare alla sua passione, ma racconta che questa adesso più che una passione è diventata la sua vita, anche quando lavora pensa al prossimo allenamento o alla prossima maratona. Ha interrotto l’università, che procedeva con lentezza ma procedeva, per potersi allenare meglio. Ora si allena tutti i giorni, prima non era così, ma adesso se salta un allenamento diventa nervosa, intrattabile e le viene addirittura mal di testa. Invece «se mi alleno dopo sono di buon umore, pure un po’ euforica». All’inizio le maratone erano anche l’occasione di fare turismo con il suo compagno, adesso se lui la accompagna è più che altro spettatore dei suoi rituali e ritmi di allenamento e si trova spesso a fare il turista da solo mentre lei si allena nella città che avrebbero dovuto visitare insieme. La cosa sta creando problemi tra loro. Lei ha provato a non allenarsi il sabato e la domenica, dice «per stare più insieme», ma è una prigione e la tensione sale al punto che anche il compagno le consiglia di farsi una corsa. Non ultimo, pur avendo disponibilità economiche, le trasferte – che sono molte – stanno incidendo sulle finanze della coppia. Ora lei si sta chiedendo se c’è qualcosa che non va in questa sua «passione».

Ecco un verosimile quadro di disturbo da dipendenza da esercizio fisico. E ciò ci porta al punto della terapia. È possibile un trattamento? Forse, anche se non sono ancora disponibili linee guida. Ma trovandoci ad affrontare una tale criticità per primo bisogna escludere che il supposto disturbo sia secondario a un disturbo dell’alimentazione o ad altri disturbi mentali, in tal caso esistono già piani di trattamento definiti.

In un secondo momento bisogna motivare il paziente al trattamento attuando programmi educativi sugli effetti negativi per la salute dell’eccessivo esercizio fisico e ancora aiutarlo a mettere a fuoco quanto e come  la sua vita relazionale, sociale e lavorativa sia penalizzata dal comportamento in oggetto.

A seguito si dovrebbe entrare nella fase di trattamento più specifica, dove si cerca di portare il paziente a «mentalizzare» il suo disagio, cioè far diventare parola le sue difficoltà, e poi individuare e correggere i pensieri negativi automatici che sostengono i comportamenti disadattativi e le emozioni negative. Un esempio di pensiero negativo è ritenere di non essere in grado di far niente se non si è in movimento, neppure di parlare (un mio paziente poteva parlare con la moglie solo in passeggiata); un altro pensiero negativo è la convinzione che l’esercizio fisico sia l’unico modo per gestire le sensazioni negative.

Insomma, il disturbo da dipendenza da esercizio fisico eccessivo è un’entità diagnostica ancora controversa, ma è a mio intendere una delle possibili espressioni della dipendenza comportamentale che può erodere l’esistenza di alcune persone, ma per la quale disponiamo di strumenti di comprensione del disagio mutuati dal trattamento di altre forme di dipendenza.

CR

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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