Quando la morte di un amato ci colpisce

Oggi è scandaloso parlare della morte: la morte ha scalzato il sesso dal trono dell’inopportunità del discorso. Questo è un buon motivo per parlare di lei nel particolare caso in cui ci colpisce portandoci via chi amiamo.

La morte umana è sempre un evento innaturale. Quando una persona cara se ne va è sempre troppo presto, non esiste un tempo adatto a morire. Chi rimane non è mai pronto perché la sopravvenuta assenza incide, anzi scardina, il senso dell’esistere. Non si perde infatti solo una persona amata ma anche il significato che essa conferiva al nostro modo di essere e intendere il mondo.

Adesso che quell’individuo non c’è più il mondo si contrae e noi con esso. Già, ora che lui è scomparso dobbiamo iniziare a rapportarci con la sua assenza, ma come si fa a relazionarsi con una mancanza che è poi l’unica forma rimasta della sua presenza? Fare i conti con l’assenza è un lavoro psicologico che esige tempo e non può che essere una transizione nella sofferenza. Riconoscere l’irreversibilità della perdita di chi non tornerà più è un dolore lancinante che apre.

Si tratta di ricordare, rammentare tutto di lui anche se ciò è straziante. Insomma, si ricorda chi non c’è più per testimoniare che la sua assenza è stata una presenza e arrivare, infine, a un punto di oblio, che non coincide con la negazione della sua esistenza, ma con il suo decentramento dalla nostra. Un passaggio possibile solo se abbiamo attraversato il dolore del ricordarlo mille e più volte. Non si tratta di dimenticarlo, ma piuttosto della possibilità di lasciarlo andare perché nel laborioso lavoro del ricordo lo abbiamo messo dentro di noi, lo portiamo con noi, e non sopra noi come un peso che ci schiaccia e ci precipita nella non vita in cui lui è entrato. Solo allora possiamo raccogliere la sua eredità, assumendoci la responsabilità di far ancora vivere chi non c’è più attraverso la generazione simbolica di qualcosa di nuovo che ha la radice in ciò che lui è stato per noi.

Non è una storia a lieto fine, il nostro amato resta sempre irreversibilmente perduto, ma possiamo ricominciare a vivere perché, avendo attraversato il doloroso deserto del ricordo, lo abbiamo incorporato, arrestando la caduta nel precipizio che la sua assenza aveva aperto.

CR

Nota di approfondimento

In un passo di una sua famosa poesia, lo scrittore di lingua tedesca Paul Celan mette nero su bianco le parole «Die Welt ist fort, Ich muß dich tragen» – che possiamo tradurre «il mondo è partito, io ti devo portare».

Il brano ci dà la possibilità di riflettere sui temi della morte e del dolore che ne consegue, della sua inevitabilità ma anche della sua necessità. Il verbo tedesco «tragen» – portare – mantiene anche in italiano la possibilità di indicare tanto la morte quanto la vita. Pensiamo per esempio a quando diciamo portare “portare il lutto”, ma anche “portare in grembo”.
Questo ci suggerisce l’urgenza di portare dentro di noi il peso dell’esistenza per ritrovare la strada quando il mondo davanti a noi sembra scomparso e ci sentiamo persi.


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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