Qualcosa sulle vittime delle molestie assillanti

«Ha ustioni di primo e secondo grado sul 13% del corpo una ragazza di 22 anni, ricoverata al Policlinico di Messina, dopo che ieri mattina l’ex fidanzato l’ha cosparsa di benzina e le ha dato fuoco. […] La vittima: “Non è stato lui”, i pm: “Identificato da diverse prove” – Nonostante l’ammissione del 24enne, la ragazza avrebbe però cercato di scagionarlo».

È la solita storia, che non fa, purtroppo, più notizia; ancora e solo un’altra donna vittima della possessività maschile. Eppure un particolare di questa vicenda, uno spigolo insinuante, incuriosisce, solleva dubbi. Il 13% dell’epidermide di questa donna è oggi ustionato e per sempre segnato. Eppure, e nonostante le prove a carico degli inquirenti, lei, dal suo letto d’ospedale, lo proclama innocente. Ecco lo spigolo insinuante e abrasivo! Come è possibile arrivare a difendere il proprio carnefice? Ci chiediamo quale sia la ragione, se mai di questa si tratti, che sospinge questa giovane donna sul precipizio dell’assurdo.

In verità questo caso è emblematico della parte in ombra sottesa a queste vicende che contribuisce, tra l’altro, a mantenerle in vita. Premesso che quando si subisce violenza si è senz’altro vittime, ciò non deve, come accade, spegnere la riflessione sul ruolo della vittima nel mantenere accesa la relazione patologica. Le donne che ho seguito, in vario modo provate dal comportamento assillante del partner – e al riguardo vi è un’ampia letteratura -, vivono sospese in un’ambigua ambivalenza che fatica a tradursi in reciso rifiuto, in denuncia. Un filo rosso le accomuna: si sentono in colpa e hanno nostalgia, non dichiarabile, della forza e sicurezza che loro per prime traevano da quella relazione. Ora che la rabbiosa ossessione di controllo del partner ha eroso l’ultimo scampolo della vicenda relazionale, si prova ancora a giustificare la sua acefala gelosia perché in fondo, quando le cose andavano bene, è pur vero che la sua presenza e – apparente – forza erano la risposta alle faglie emotive che prima di lui le facevano sentire men che mezze. Pensano di non aver capito o di aver esagerato, pure complice un coro di amici e familiari che lodano le belle qualità di quell’uomo che, traendo forza dalla loro sottomissione, si apre al mondo con gioviale disponibilità.

La tragica danza di fughe e riavvicinamenti è lì a indicarci la cogente necessità di non considerare queste sfortunate all’esclusiva stregua di vittime bisognose di sostegno, ma donne per le quali è quanto mai opportuno un lavoro psicoterapeutico espressivo sulla loro insicurezza che è poi madre, alla fine, della loro disgraziata relazione collusiva. Insomma, la molestia assillante trova anche alimento nel rapporto invischiato che lega la vittima al suo carnefice.

Ciò che ho detto non vale necessariamente per tutte, forse alcune sono vittime e basta, ma non facciamo un buon servizio a considerarle esclusivamente tali. Del resto come spiegare in altro modo la proclamazione di innocenza che riecheggia nelle stanze dell’ospedale di Messina?

CR

Qui l’articolo da cui è nata la riflessione


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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