Psicoterapia telematica: la cura monca del verso diritto del guanto

L’emergenza COVID ha dato il là alla tendenza (in nuce) dei consulti psicologici e psichiatrici online. Molti in questo periodo si sono rivolti agli specialisti utilizzando piattaforme telematiche e le statistiche indicano che questo fenomeno è in crescita esponenziale. Un bene? Io non credo. Certo, qualcuno sostiene che chi ha più difficoltà ad accettarsi come soggetto bisognoso di aiuto psicologico o psichiatrico può, attraverso il velo del web, trovare il coraggio di esporsi. Sono infatti numerosi i siti aperti per fornire aiuto in forma anonima (sarà vero?) all’utente, che può così dare sfogo alle sue insoddisfazioni o paure liberamente, senza soggettivarsi di fronte all’Altro (il terapeuta) ma piuttosto «usando» la sua «presenza in absenzia». In altri casi sono gli stessi pazienti che hanno richiesto di passare dal setting istituzionale in cui avveniva la terapia al setting telematico causa l’(apparentemente) incontestabile ragione del distanziamento sociale. Ciò che stupisce è che molti terapeuti si siano piegati alla «normalità» del consulto telematico dimenticando che una psicoterapia in assenza di un setting non è nulla più di una «chiacchierata di buon senso». Non inutile, ma quello è. Tant’è, se la psicoterapia (e con essa gli psicoterapeuti) aspira a divenire oggetto di consumo non può che piegarsi alla domanda del cliente: si vende del resto solo ciò che è richiesto. Purtroppo in questo movimento, a parer mio, è implicita una deriva commerciale in una quota di soggetti abilitati alla psicoterapia, che faccio fatica a indicare come psicoterapeuti. Si tratta di movimento esecrabile che si emancipa da un’etica professionale, ma inevitabile poiché le politiche universitarie hanno consentito il costituirsi di un proletariato di laureati in psicologia che legittimamente cerca di vivere di ciò che ha studiato.

 

E qui non mi spingo oltre, perché questo tipo di analisi non mi appartiene e ritorno subito alla questione del perché un consulto psicologico telematico non potrà mai avere una vera valenza psicoterapeutica. Faccio un esempio semplicissimo: spesso il paziente si lamenta che «vorrebbe ma non può». Detto in altro modo, vorrebbe godere ma non gli resta che il dolore del desiderio inappagato. Se fossi uno psicologo cognitivista rileggerei questa situazione di stallo in termini di desideri e credenze. Ovvero, ciascun essere umano mira a soddisfare i propri desideri. Per soddisfarli, si basa su un certo insieme di credenze, specifiche del tempo storico in cui vive, dell’educazione ricevuta ecc. La nostra vita in questa prospettiva non è altro che la messa in opera di progetti dove ciascuno di noi, usando le proprie credenze, cerca di soddisfare i propri desideri. Questo modello di ingegneria psicologica è possibile nella misura in cui distingue nettamente i fini e i mezzi: da una parte ciò che vogliamo e dall’altra i saperi di cui disponiamo per realizzarlo. Se nella catena c’è un intoppo, si interviene modificando la credenza disfunzionale. In una prospettiva psicoanalitica, invece, il soggetto non è qualcuno che desidera, crede e gode o non ce la fa a godere, ma è lui stesso essenzialmente desiderio, credenze e godimento anche se l’Io del soggetto non se ne rende conto. Desiderio e godimento non sono attributi indipendenti del soggetto, ma la soggettività è essenzialmente un intreccio di desiderio, saperi e godimento, e così l’uno non può prescindere dall’altro. In questa prospettiva la lamentela del paziente di non poter realizzare il suo desiderio non è letta come segno di una credenza disfunzionale che deve essere modificata, ma come un’impotenza apparente dove lui non vuole in realtà ciò di cui lamenta la mancanza, perché questa o il sintomo che in essa si è insediato è già godimento.

 

In questo quadro compensivo la verità degli umani sta proprio nell’indissolubile intreccio tra volere e potere (desiderio e godimento), che un certo buon senso così come il cognitivismo tengono categorialmente separati. Quando si pensa invece di non poter avere quello che si vuole, in verità non si riesce a ottenerlo perché non si vuole davvero, e non si vuole perché da questa impotenza si trae «un piacere che dispiace» e di cui ci si può pure lamentare (e questo è un ulteriore piacere). Quindi il contrario affettivo (il dispiacere che è un inconscio piacere) è l’altra faccia di una stessa medaglia. Detto così, l’individuo quando porta la sua sofferenza è come un guanto, che ha sempre un diritto e un rovescio. Il diritto è la parte manifesta – quella espressa, il rovescio è la parte che «sentiamo» quando vi infiliamo la mano, ma che non vediamo e non ascoltiamo, cioè il godimento inconscio che si trae dalla sofferenza. Sì, noi percepiamo come sofferenza (sintomo) qualcosa che nell’altro versante del guanto è godimento. Quindi ogni rappresentazione mentale esterna che investe il terapeuta ha un rovescio che non possiamo vedere ma solo «percepire». Ecco perché la consulenza telematica è monca, perché tramite questa possiamo vedere la superficie del guanto ma mai sentire il suo interno. Certo si può obiettare che ascoltare è già aiutare, ma a questa attività di aiuto eviterei di assegnare l’etichetta di psicoterapia, perché a mio parere ne è solo il feticcio o se preferite è la cura monca del verso diritto del guanto.

 

CR

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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