«Si è madri per sempre?»

Della maternità osservo i drammi, dalle depressioni post partum fino alle denunce dolenti o irritate di madri che non possono accettare di retrocedere nella specialissima classifica delle priorità dei figli. A queste madri deluse, amareggiate dell’ingratitudine affettiva dei figli, a queste madri che giustificano la loro sofferenza perché – piaccia o meno – «si è madri per sempre», rammento che è un sentire fuorviante che le decentra dal loro compito di accogliere una vita senza pretenderne la proprietà. Ogni madre «sufficientemente buona» opera infatti affinché il figlio, pur continuando a essere accudito, possa guadagnare la propria autonomia. Non è questo che fa la madre quando aiuta il bimbo a fare i primi passi? Da una parte sta curva su di lui per sostenerlo e proteggerlo, ma dall’altra guida i suoi passi che da lì a non molto lo porteranno lontano da lei, nel mondo. La madre protegge e custodisce il suo piccolo per consegnarlo all’esistenza.

Una buona madre trascende ogni velleità di proprietà sul figlio e lo sostiene nell’attesa che diventi competente per valicare il recinto familiare. Accetta la sua trascendenza e lo libera da una presenza soffocante. Rinuncia a goderne per sempre, appropriandosene come se fosse un oggetto. Una buona madre incontra ogni giorno la dimensione della perdita: il figlio che ha generato non potrà più rientrare nel suo grembo e tutti i giorni lei dovrà arretrare un po’ per permettergli di fare esperienza del mondo. La madre genera la vita, ma non la possiede. E allora «si è madri per sempre» è un’affermazione sospetta, che rimanda alla difficoltà di rinuncia al possesso. Il «sempre» aspira alla negazione dell’assenza, che è una virtù dell’essere madre. Voglio dire che la capacità della madre di essere assente nella presenza è ciò che consente al figlio di non rimanere bloccato nella posizione dell’esclusivo bisogno della madre. Una madre «sufficientemente buona» è una madre che sa non darsi tutta al suo bambino. È una madre che non permette che il figlio saturi completamente il suo desiderio, in modo da lasciargli uno spazio altro, non materno, in cui sperimentare la libertà di essere altro oltre che un figlio. Insomma, per poter crescere psicologicamente, il bambino non deve sprofondare nella presenza materna illimitata, come in traluce si intende nell’aspirazione del «per sempre». Una buona madre sa alternare la presenza e l’assenza, e questo non è il marchio di una deficitarietà del desiderio materno, al contrario è il dono che la madre fa al figlio di uno spazio mentale altro, che oltrepassa quello materno e in cui il figlio può sperimentarsi. La buona madre sa non sopprimere la donna che è in lei. Una buona madre non è «tutta madre», ma sa spostare il suo desiderio al di là del figlio.

Certo, c’è una stagione che coincide con il brillio degli occhi del figlio ogniqualvolta incrocia lo sguardo della madre, ma viene anche il tempo in cui si è madri solo perché si è pronte a consolare chi, per la legge della vita, è volato via e non gratifica più come una volta. Il modo d’essere madre muta nel tempo e non deve rimanere nevroticamente ancorato all’appagante simbiosi dell’esordio, aspirazione ben riassunta nel «si è madri per sempre». Se ciò accade, si ipoteca la crescita psicologica del figlio che rimane imbrigliato nel soffocante desiderio materno e a cui si riserva un futuro gravido di delusione e risentimento. Il punto non è quindi «essere madri per sempre», ma «essere madri sufficientemente buone».

CR


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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