Il «desiderio indefinito» ovvero la pietra d’inciampo del geloso

La gelosia è per noi moderni un sentimento poco nobile, di cui bisogna vergognarsi o comunque di cui non si va fieri, e certo dichiararla ci pare una debolezza. Eppure la gelosia è un  punto cruciale dell’esperienza amorosa. Nell’innamoramento vi è un momento d’esaltazione in cui pensiamo: «Lei/lui è mia/o». Questa ci pare una conquista, ma in realtà è il precipizio da cui scorgiamo che l’oggetto della nostra passione amorosa è altro da noi e soprattutto è un essere desiderante circondato da rivali effettivi o potenziali. Lì sorge l’inquietante domanda: «Mi ama?». Vedete, si transita dall’esaltato «Lei/lui è mia/o» all’interrogativo angoscioso del «Mi ama?». Ecco il momento in cui nasce la gelosia, direi la gelosia «normale». Del resto già i latini dicevano Amorosus semper timorosus est, ovvero una certa quota di gelosia è connaturata all’esperienza amorosa. Accade però che il sentimento geloso infiltri diffusamente il campo relazionale con l’effetto di soffocare l’amore e qualche volta anche l’oggetto dell’amore. Pertanto, se il sentimento geloso appartiene all’esperienza dell’innamoramento, al punto che la dichiarazione di non gelosia di uno dei due amanti è sempre accolta con sospetto e dispetto dall’altro, è pur vero che la più parte di noi sa convivere con l’inemendabile libertà dell’altro di volgere il suo sguardo desiderante al di là di noi.

Al contrario, il geloso patologico – diciamo nevrotico – non è solo timoroso ma è divorato dal dubbio dell’infedeltà del partner, non riesce a distrarsi da questo rovello. Continua con ostinazione a cercare prove o a pretendere la confessione di un supposto tradimento, mostrando senza esplicitarlo ciò che simbolicamente non può tollerare: ovvero l’idea di essere, anche per un solo momento, escluso dai suoi pensieri e desideri. Ma il partner, come tutti, è portatrice di un «desiderio indefinito» – per usare un termine caro al filosofo Thomas Hobbes – che fatalmente ci esclude dalla sua mente, e qualche volta dal cuore, per aprirsi se pur anche solo per un attimo ad altro e ad Altri.

Il geloso patologico, quindi, non tollera la verità del desiderio indefinito dell’amato, proprio perché ne conosce l’indocile forza renitente alla disciplina del controllo. Sa bene che il partner, per quanto fedele, non potrà che sottostare alla legge di questo desiderio indefinito. Ecco perché è così determinato nell’ottenere una confessione. Ma attenzione, perché solo in apparenza la pretende, in verità brama che possa fornirgli la prova della sua estraneità a quella legge. Il geloso patologico vorrebbe che l’oggetto del suo amore gli desse prova di «non essere di questo mondo», ovvero come tutti sottoposto alla legge del desiderio indefinito. In questo orizzonte il geloso patologico colloca la sua salvezza impossibile, perché anche se l’amato non lo ha mai tradito fisicamente è comunque, usando la lingua proustiana, «un essere di fuga» o, come direbbe l’Otello shakespeariano, un essere di cui non è possibile possedere «gli appetiti». L’impotenza nel circoscrivere gli «appetiti del desiderio» è proprio la pietra d’inciampo del geloso patologico che lo espone all’esperienza dell’esclusione. Costui, più di ogni altro, non riesce a tollerare l’inquietudine generata dal desiderio indefinito del partner che proietta la coppia nella fatale dimensione triangolare.

Il geloso così si percepisce come un satellite rispetto all’amato, anche quando non ce n’è motivo; è attraversato dalla rabbia e dalla tristezza, figlie della gelosia, che a sua volta è figlia della mendace sensazione della sua esclusione. Ed è proprio per emanciparsi da questa insopportabile emozione che il geloso pretende dall’amato la prova che questi non operi la legge del desiderio indefinito. Ma proprio perché questo non è possibile (tutti siamo sottoposti a questa legge), ecco allora che prende forma l’idea del sacrificio dell’oggetto d’amore, come gesto estremo di emancipazione dallo scacco dell’esclusione. Così l’Otello di Shakespeare mentre uccide l’innocente Desdemona declama «Ed io t’ucciderò, e ti amerò poscia eternamente». In questo verso è inscritta la logica dell’estremo atto del geloso, quello criminoso dell’omicidio dell’amato: meglio perdere l’oggetto d’amore piuttosto che riconoscergli il diritto di essere attraversato, come tutti, da quel desiderio indefinito che può condurlo a godere con altri e decretare la pena infernale della sua eterna esclusione.

CR

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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