Harvey Weinstein ovvero l’ipocrisia della meritocrazia

La vicenda è nota e la uso come spunto per una riflessione di più ampio respiro.

La cronaca dei fatti è noia: il solito maschio che pensa che “il potere di dare equivalga al permesso di fare”. Eppure qualcosa della vicenda mi attrae perché mi irrita. Lui no, è sullo sfondo, Weinstein, nella prevedibilità della sua idiozia, è poco interessante. Qualcosa nelle sue vittime è invece urticante.

 

Ora che è stato sollevato il velo, l’occasione per denunciare il sopruso è troppo golosa per non essere curvata al supremo bene della visibilità. C’è ipocrisia nell’accusa tardiva e per di più mediatica. Certo, la denuncia di un abuso ha innumerevoli implicazioni emotive, economiche e sociali: non è cosa semplice. Ma le vittime di Weinstein non sono donne come le altre, hanno il privilegio della bellezza, del talento, dell’accesso facilitato a ogni tipo di risorsa economica, legale e di supporto emotivo, ma sopratutto ciò che raccontano ha un peso. 

 

Per quale motivo allora non hanno subito denunciato gli abusi del mostro? Per convenienza. La convenienza le ha rese ipocrite e questa ipocrisia non è che il parto della loro superbia. “Voglio arrivare in alto e conviene stare zitta”. 

Sono vittime, e come tali hanno ragione, ma sono vittime ipocrite, e occorre dirlo. Ora, se l’orgoglio di arrivare relega l’elaborazione/denuncia della supposta sofferenza a un tempo successivo, è inevitabile che queste attrici risultino nelle loro afflitte – ipocrite – esternazioni di sofferenza piuttosto irritanti. Ma a ben vedere non sono che donne molto esposte mediaticamente che devono alimentare un’immagine che coincide drammaticamente con la loro esistenza. Viene dunque da perdonarle, anche se fastidiose nell’esposizione tardiva della loro supposta sofferenza. 

 

La vicenda Weinstein, tuttavia, getta un fascio di luce su un’ipocrisia ancora più odiosa e pericolosa perché vela un verità oscena: l’inconsistenza del mito della meritocrazia. Quante volte questa parola viene usata come lasciapassare per indicare un futuro migliore proprio perché fondato sul merito? Ma chi è colui che merita? O per essere più espliciti, quanti possono detenere con merito il ruolo da noi occupato nel contesto sociale? Molti, moltissimi. E perché è toccato a me e non a loro, o di converso a loro e non a me? Ecco allora che la forza apparente del concetto di meritocrazia inizia a traballare: altro è necessario oltre al merito. E questo altro si vivifica sul piano inclinato del calcolo, dell’affiliazione, dell’uso sistematico della menzogna, della delazione, della seduzione e anche del caso. 

 

Le eroine/vittime di Weinstein hanno tutte ballato su questo piano inclinato, e pure noi “normali”, almeno qualche volta, lo abbiamo fatto. Parlare di questo, ovvero parlare di noi, ci rende più onesti e un po’ meno inclinati. Ecco che cosa non va nelle esternazioni tardive delle attrici/vittime di Weinstein: la loro colpa, in fondo, non risiede nella superbia – il desiderio di fama – che è cosa umana e cifra del nostro tempo, ma nel supportare il mito che il merito sia l’ingrediente del successo e che Weinstein, il male, cieco di lussuria, lo abbia stuprato. No, il merito è ciò che ci fa assomigliare a tanti meritevoli come noi, poi contano altre cose, non tutte innervate da una forte tensione etica. 

È una cosa bella? In assoluto no; ma pensare di vivere nel paradiso terrestre, o raccontare che sia prossimo a venire utilizzando parole velo come “meritocrazia”, non aiuta questo mondo ad assomigliargli neppure un po’.

 

CR


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.