Hai il sesso in testa: sei uno stallone o sei malato?

Sino a poco tempo fa avremmo dovuto optare per la prima delle due opzioni perché nessun sistema nosografico internazionale riconosceva la dignità di disturbo al “troppo sesso” anche quando questo era di evidente danno alla persona. Certo, il punto del sesso malato spopola sui tabloid, Michael Douglas, Lindsay Lohan, Tiger Woods e Harvey Weinstein ne sono i campioni più noti, ma finora era assente dai manuali di psichiatria e da documenti ufficiali sulla salute. A colmare questa lacuna ci ha pensato l’Oms, che ha inserito per la prima volta anche il “disordine sessuale compulsivo” tra le malattie riconosciute.

La novità è contenuta nell’aggiornamento della International Classification of Diseases (ICD-11), nel capitolo sui disturbi mentali, che entrerà in vigore ufficialmente nel 2022. Secondo la definizione contenuta nell’elenco, il «disordine compulsivo sessuale» sarebbe caratterizzato da uno «schema di fallimenti nel controllare impulsi sessuali intensi e ripetitivi, che sfociano in comportamenti sessuali ripetuti. I sintomi possono includere il fatto che le attività sessuali diventino centrali nella vita della persone al punto da far trascurare la salute, la cura personale o altri interessi, attività e responsabilità, con numerosi insuccessi negli sforzi di ridurre i comportamenti e il continuo ricorso al comportamento sessuale nonostante conseguenze avverse o un azzeramento della soddisfazione da esso».

Non tutti gli esperti sono d’accordo: per esempio la autorevole American Association of Sexuality Educators, Counselors and Therapists in una dichiarazione ufficiale afferma «non troviamo una sufficiente evidenza empirica che supporti la classificazione della dipendenza da sesso come disordine mentale».

Riconosciuto o no, il disturbo è stato spesso oggetto di outing da parte dei vip d’oltreoceano, mentre da noi sono molte meno le confessioni. Le cronache riportano per esempio l’ammissione di Pupo di averne sofferto. In genere, nel nostro paese, nella periferica Italietta, il troppo sesso, anche quando questo mette in crisi relazioni o influenza le performance lavorative viene considerato con benevolenza: un bene, un vanto, se non un valore. Alla peggio, un tratto latino da cui non possiamo e neppure vogliamo emanciparci.

L’uomo è uomo ed è un delitto voler forzare la sua natura”. “L’uomo è cacciatore”, se ne facciano una ragione le mogli. Pregiudizi, che se tirati quanto basta, possono pure giustificare lo stupro.” Ecco che si profila, in questo modo di sentire, l’inossidabile scontro tra la natura e la cultura. Una cultura scientifica sospetta di infiltrazioni puritane che vorrebbe soffocare la rigogliosa “natura latina”.

Ora, se è pur vero che le evidenza empiriche non sono sostenute da un convincente corpo di ricerche, è un fatto che nella pratica clinica si osservano relazioni e vite distrutte da una strabordante necessità di fare sesso, che ha conseguenze mortifere ma a cui nessuno di questi uomini – perché pazienti non si sentono – è disposto ad apporre l’etichetta del patologico.

A livello di pratica clinica c’è quindi necessità di un costrutto diagnostico che contempli la possibilità che tanto sesso sia il riflesso di una sofferenza. Sarà poi compito del clinico distinguere quando il “tanto” tracima nel “troppo”. Quando l’allure dello stallone riflette sinistre ombre.

CR


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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