Fare sesso con le real dolls

 

A Torino apre il primo “bordello” legale dove l’oggetto dei desideri non sono più femmine senzienti e pensanti ma bambole tecnologicamente evolute, molto più delle classiche gonfiabili di un tempo, a cui oggi ci si riferisce usando il termine real dolls

Ma come è possibile che le real dolls, per quanto assai più interessanti dalle bambole gonfiabili che non troppo tempo fa facevano triste mostra di loro stesse inscatolate sugli scaffali dei sexy shop, possano essere percepite non come un “in mancanza di meglio” ma come, pare, “il davvero desiderabile”, almeno ad ascoltare i racconti di alcuni consumatori della novità.

 

Il mondo si sta capovolgendo” costernato dichiara Paolo, il mio barista, e così la pensano altri avventori del suo locale – maschi come lui – disorientati dal fatto che altri uomini – come loro – abbraccino con tanto entusiasmo la strada del surrogato. Mi chiede di esprimere un parere, e con ritardo, rispetto alla notizia, mi pongo la questione, di fatto tutta contenuta nel: “come è possibile preferire alla carne il silicone?” O, se lo mettiamo termini più radicali, “come è pensabile rinunciare alla normale sessualità intrisa di ribollente vitalità in favore di qualcosa che concerne l’inerte, l’inanimato, qualcosa, insomma, che contiene un orizzonte di morte?” Così posta la questione assume un certo interesse. Vediamo di esplorarla. 

 

La domanda è se il successo che incontrano questo tipo di locali, già a Barcellona e poi a Mosca, sia solo poiché al nostro tempo “il nuovo” gode di ottima fama e qualsiasi bizzarria che lo incarni ha buone probabilità di riscontrare interesse e successo.   

Se così fosse la questione sarebbe eminentemente sociologica e la popolarità delle signorine al silicone dovrebbe estinguersi in breve, poiché, in breve, non sarebbero più “nuove”. Questa non mi sembra, tuttavia, una lettura esaustiva, ci deve essere dell’altro che corrobora l’interesse verso la “nuova” proposta commerciale. 

 

Mi sono così documentato e le cose più interessanti le ho scovate sul sito di una fotografa danese, Benita Marcussen, che ha frequentato i forum online dedicati agli appassionati del genere, convincendoli con perseveranza e discrezione a farsi fotografare con il loro oggetto del desiderio. 

Ha incontrato persone entusiaste e clienti soddisfatti. “Le bambole del sesso, per molti di loro, sono qualcosa di più che un semplice oggetto: tutti gli uomini che ho incontrato – dice Benita – avevano ragioni diverse per fare parte di quella comunità. Alcuni erano sposati con figli, altri avevano divorziato dopo anni di matrimonio, uno di loro aveva lasciato la futura moglie poco prima di sposarsi. La bambola fornisce a questi una sensazione di benessere e rappresenta qualcosa a cui tornare. Le bambole sono la certezza che qualcuno rimarrà al loro fianco, negli anni a venire”. 

La fotografa continua ancora nella sua analisi sostenendo che per alcune persone, le cose comunemente considerate normali, come la vita di coppia con una donna di carne o la vita matrimoniale, sono semplicemente troppo difficili da gestire, sono esperienze portatrici di frustrazioni e dolori. “Queste creature inanimate, realizzate a immagine e somiglianza di una femminilità subalterna e ipertrofica, rappresentano un’alternativa grottesca al malessere della vita reale”. 

A sentire Benita la bambola sarebbe il surrogato di qualcosa che manca e non si è capaci di avere o tenere: l’amore, la relazione, il sesso, la compagnia. È un’ovvietà, con cui ogni giorno ci arrabattiamo, e se qualcuno, per sfortuna o per i limiti, non riesce a saturare i suoi bisogni qualcosa deve pur fare. Per esempio, diventare omosessuale dopo una carriera eterosessuale, frequentare prostitute, fare volontariato, bere alcolici, ecc. 

 

Ma tutto questo è relativamente interessante, perché il punto della questione sollevato dalle real dolls non è a cosa servono, ma come è possibile che a questo giovino pur essendo inanimate. Come è pensabile che qualcosa senza vita dia significato e speranza alla vita. Mi soccorre qui il mito di Pigmalione. 

Chi era costui? Secondo la leggenda, Pigmalione, re di Creta, si era innamorato della bellissima dea Afrodite. Sapendo di non poterla avere, costruì una statua d’avorio che riproduceva le fattezze della dea e la posizionò nel suo letto, per dormire con lei tutte le sere. Pigmalione pregò la dea Afrodite di animare la statua perché solo in questo modo avrebbe potuto effettivamente amarla. La dea, mossa a compassione, esaudì il desiderio del sovrano; alla statua trasformata in donna fu dato il nome di Galatea. 

 

Si può obiettare che nel mito la copia alla fine prenda vita; ma attenzione, perché non è questo il fatto più salente del racconto: il nodo cruciale è che Pigmalione scolpisce una figura femminile, realizza cioè un oggetto di carattere artificiale, che di fatto supera la natura, poiché ne potenzia gli aspetti positivi. 

È proprio Ovidio che nel capitolo X delle Metamorfosi, riferendosi al mito, dice: ”dette forma di donna, così bella, che nessuna può nascere più bella”. 

 

Ispirati dalla letteratura classica planiamo nel nostro specifico: non è proprio questo che stiamo oggi cercando di fare? Dare forma alla perfezione,  questa è una naturale tensione dell’umano, prima sostenuta dalla sapiente mano dell’artista, oggi dalla tecnologia! Le reall dolls sono anatomicamente perfette e selezionabili in funzione di specifiche caratteristiche che ci sono gradite; quando queste bambole evolute inizieranno a parlare, e alcune già lo fanno, impareranno a dire solo ciò che ci piace o che ci eccita. Questa è l’idea che si cela dietro al prototipo in gomma della donna perfetta, dietro alla possibilità di godere a pagamento di un giocattolo erotico che va oltre alla vera donna per calare sull’ideale di donna. 

 

Qualcuno dirà che per quanto perfette e adeguate sono comunque morte e, ancora, già sento l’eco degli psico e socio-epigoni di Cassandra che pontificano sul declino della capacità costruire legami veri, come cifra patologica del modernità che si infiltra nelle nostre menti alienandoci gli uni dagli altri. C’è del vero in tutto questo, ma il punto è come è possibile che l’inerte acquisti l’appeal del vivo? 

Invero questi fruitori dell’inerte fanno qualcosa che tutti noi abbiamo già fatto nella nostra vita, che è quello di tentare di dare forma a un mondo diverso, alternativo a quello reale e rispetto a esso migliore. Questa inclinazione rappresenta una delle funzioni psicologiche primarie che viene sempre espressa nel gioco del bambino il quale opera con continuità per dare un nuovo assetto alle cose del mondo.

 

Di fronte alla continua frustrazione dei suoi desideri, il bambino, e poi l’uomo, opera per correggere e poi creare una “realtà altra” migliore e più appagante; che è, invero, solo una parvenza del reale oggettivo, ma tutti siamo capaci di percepirla come davvero esistente. Questo è possibile perché si tratta di qualcosa che abbiamo già fatto. 

Scrive Freud nel suo saggio dedicato al perturbante: “il bambino nei primi tempi in cui prende a giocare non distingue esattamente ciò che è vivo da ciò che è inanimato, e in particolare tratta la sua bambola come un essere vivente”. 

Nel nostro specifico, l’oggetto donna vivificato dalla nostra temporanea regressione infantile entra direttamente nel mondo della sessualità adulta. Si assiste dunque a uno spostamento dell’oggetto bambola dalla sfera infantile, in cui funge da oggetto transizionale, strumento rassicurante attraverso il quale il bambino si rende progressivamente indipendente dalle cure della madre, a quella adulta, in cui diventa gioco erotico. Questo è il processo sotteso al fenomeno in oggetto. Non appartiene in sé al patologico, il quale è sempre impastato di tutte le vicende evolutive del caso che non possono essere oggetto di studio in una riflessione generale.

 

Insomma siamo tutti novelli Pigmalione tesi a dare forma perfetta alla imperfetta realtà della nostra vita. Che questa tendenza si attivi in uno dei campi più critici dell’esistere, quale quello della relazione, non è cosa strana, e così al termine di questo lavoro psicologico è possibile, magari in una parte scissa della nostra personalità, percepire le tecnologicamente raffinate real dolls come vere e capaci di apprezzare e sentire i trattamenti di cui sono oggetto esattamente, badate bene, cosa i bambini pensano e sentono al riguardo della loro bambola o del loro orsacchiotto che curamo e amano come se fossero vivi. 

 

Insomma, il mito che è dentro di noi, quello di Pigmalione, ci racconta di questa tendenza psicologica che attiviamo in momenti difficili della nostra esistenza, anche a motivo dei nostri limiti, in cui diamo vita, come in questo caso, a chi vita non l’ha; ma non è cosa così astrusa o impossibile perché lo facevamo già da piccoli quando il reale della vita ci spaventava e frustrava.

 

CR


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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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