È possibile vivere con un robot sessuale?

Harmony sorride, sbatte le palpebre e aggrotta le sopracciglia. Può tenere una conversazione, raccontare barzellette e citare Shakespeare. Ricorderà il tuo compleanno, cosa ti piace mangiare e i nomi dei tuoi fratelli e sorelle. Può parlare di musica, film e libri. E, naturalmente, Harmony farà sesso con te ogni volta che vuoi. (The Guardian)

I robot del sesso sono già tra noi e grazie alle innovazioni nell’ambito della meccanica, dell’elettronica e dell’intelligenza artificiale stanno diventando sempre più realistici, sofisticati e popolari. Tanto che, secondo le stime di Ian Pearson, futurologo e politico britannico, entro il 2050 gli esseri umani avranno più rapporti sessuali con robot che tra di loro (per le donne, il turning point sarebbe addirittura ancora più vicino, previsto per il 2025). Forse il futurologo esagera, ma la questione è interessante e per certo investirà la Millennial Generation, ovvero coloro che sono nati tra gli anni ‘80 e i primi anni 2000, e ovviamente le generazioni future. Quindi la faccenda ci riguarda, riguarda i nostri figli e da lì in avanti. Pertanto le domande sono: i robot diventeranno un’opzione e quindi anche un’alternativa ai rapporti sessuali e affettivi? Sarà possibile preferire, vivere e fare sesso con una macchina? Certo, con le attuali bambole sessuali la risposta è «quasi no», e ci trova abbastanza tutti concordi. «Quasi», perché ci sono persone che vivono da molti anni con una bambola sessuale (non un robot sessuale dotato di intelligenza artificiale). Gli psichiatri hanno denominato oggettofilia quest’attrazione sentimentale e sessuale per uno specifico oggetto inanimato. Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali la inserisce tra le parafilie minori o preferenziali, non perché clinicamente meno gravi, ma perché meno diffuse. Probabilmente è qualcosa di più di una semplice attrazione verso qualcosa che appassiona, ma piuttosto un legame ossessivo che si instaura tra una persona e un determinato bene. Il fenomeno dell’oggettofilia è considerato da alcuni psichiatri come un effetto secondario della Sindrome di Asperger, una forma lieve di autismo. Tale considerazione deriva dal fatto che le persone affette da questa sindrome hanno un certo disagio nel gestire l’empatia e le relazioni sociali, mostrando comportamenti di tipo stereotipato e ripetitivo, anche nei confronti degli oggetti.

Ma non è l’oggettofilia ciò che interessa qui. Perché non possiamo in senso stretto assimilare i robot sessuali agli oggetti, come lo sono invece le bambole sessuali, perché i robot hanno un orizzonte evolutivo tecnologicamente teso ad avvicinarli sempre più all’umano.

Per tale ragione possiamo ipotizzare che l’appeal dei robot sessuali attrarrà non solo la sparuta quota di disagiati che già si accontentano della bambola, ma un numero ben più ampio di soggetti sino a porsi nel prossimo futuro come alternativa antropologica alla relazione tra due umani. Non è uno scenario così distante, infatti gli attuali robot sessuali sono dotati di un’intelligenza artificiale che si sta sempre più affinando e sono già assai diversi dalle bambole sessuali che a modico prezzo si trovano ancora nei sexy shop. E, se avete un po’ di denaro e desiderate ordinare uno di questi robot, è già possibile farvelo assemblare e programmare in modo che corrisponda ai vostri canoni estetici e sia in sintonia con le vostre fantasie sessuali. Insomma, gli automi più evoluti sono già in grado di conversare con gli acquirenti di sesso e altri argomenti. Quelli più evoluti sono programmabili con i loro tratti di personalità. Il più noto tra questi è Harmony, ha una testa robotizzata che muove le labbra e riproduce diverse espressioni facciali; la sua pelle è riscaldata, in modo da imitare il più possibile la cute umana ed è disseminato di sensori che inviano segnali al cervello computerizzato e gli permettono di sapere dove viene toccato e di reagire di conseguenza fino a raggiungere l’orgasmo. Il software di Harmony permette di plasmarne la personalità, scegliendo tra intelligente, romantica, lunatica, timida, intraprendente. E conferisce al robot anche una limitata (per ora) libertà di azione, nel senso che la bambola può offendersi se viene trascurata o prendere l’iniziativa se il suo proprietario non lo fa abbastanza spesso.

D’altra parte, coloro che hanno avuto contatti con i robot – è il caso per esempio dei giornalisti che hanno scritto sull’argomento – ammettono che dialogando con questi si affievolisce man mano la consapevolezza che sono altro da noi, che sono macchine. Ovviamente questa tecnologia ha «nemici» che stanno iniziando a sollevare comprensibili perplessità di natura etica, giuridica e di salute psicologica, come per esempio la criticità contenuta nel «rapporto d’uso» funzionale ai propri bisogni che è costitutivo del rapporto uomo-macchina. Quest’abitudine conterrebbe il rischio di smarrire la capacità di essere autentici ed empatici quando l’Altro non è un robot ma un essere senziente e desiderante e quindi un soggetto non riducibile a noi. Se ci abituiamo per esempio a picchiare un robot (che non sente dolore), è lecito immaginare che prima o poi saremo soggetti a una desensibilizzazione che potrebbe riflettersi anche sull’altro, quando questi è però un umano. Delicate sono anche tutte le questioni legate alla sicurezza e alla privacy: i robot sessuali avranno bisogno di essere regolarmente collegati alla rete per aggiornamenti, cosa che li espone a virus, hackeraggio, furto di dati sensibili. Per poter interagire, i robot sono dotati di microfoni e telecamere: come e dove vengono archiviati i file audio e video? Chi ne ha accesso, chi li possiede legalmente? Che uso verrà fatto della mappatura delle preferenze degli utenti? Questioni delicate, cui sarà indispensabile trovare una risposta. Non di meno diventerà attuale anche il tema dei diritti degli androidi, a indicare come ci stiamo già posizionando in una terra di mezzo tra l’oggetto e l’umano. Staremo a vedere.

La questione che voglio però qui enfatizzare è che i progressi tecnologici, in tempi non necessariamente lunghi, ridurranno sempre più la differenza tra umani e robot. Certo gli uni non saranno mai gli altri, almeno finché saranno gli umani a costruire e programmare le macchine, però la differenza è destinata ad assottigliarsi. E allora credo che scegliere se vivere con un nostro simile o una macchina sarà un’opzione non così bizzarra. Oggi si può obiettare che una tale prospettiva è una sciocchezza. Chi è di questo partito può senz’altro replicare che chi non abita la superficie della relazione e in essa cerca l’incontro autentico non potrà mai ipotizzare una tale prospettiva esistenziale. Può darsi, ma è pur vero che chi al contrario teme rapporti troppo impegnati e coinvolgenti potrà trovare una soluzione soddisfacente nell’abbracciare un robot sessuale. Curvando ancor più questa prospettiva, reputo che gli umani nelle loro caratteristiche di funzionamento abbiano già cosa occorre per rendere possibile l’«opzione robot». Si tratta di un meccanismo psicologico che conosciamo bene e che si chiama scissione verticale, un movimento che appartiene tanto alla normalità quanto alla patologia.

Mi spiego: gli umani sono capaci di negare la realtà o almeno alcuni aspetti di questa. Thomas S. Elliot, centrando il punto, affermava che «gli esseri umani non possono sopportare troppa realtà». Ha ragione, sono molteplici le situazioni dove conviviamo con la negazione di aspetti del reale. Ci aiuta, ci serve negare aspetti della realtà di cui siamo consapevoli e possiamo – in modo temporaneo o prolungato – fare finta che sia così. Ci aiuta a mantenere il nostro equilibrio psichico. Per chiarezza ecco alcuni esempi di scissione verticale: una madre che favorisce e allo stesso tempo condanna un comportamento del figlio; la moglie che di fronte alla perdita del marito si dice che «tutto deve continuare come prima»; lo spettatore che assiste a una tragedia e sospende la sua incredulità per «godersi lo spettacolo». Insomma, siamo già programmati per dirci che qualcosa non è come in realtà sappiamo essere oppure, come nel caso di una storia di sesso e amore con un robot, che questa macchina è un interlocutore senziente e affettivo pur conservando la consapevolezza che in verità non lo è.

In altre parole, siamo già capaci di vivere mantenendo dentro di noi verità opposte. E, proprio a ragione di questo peculiare movimento psicologico, ritengo che tanto più si ridurrà lo jatus tra l’umano e il tecnologico tanto più si amplierà la possibilità di negare l’inconsistenza ontologica del robot, credendo pur non credendo (ecco la vertigine della scissione verticale) che questo sia ciò che non è: ovvero umano. E non accadrà più solo in concomitanza di una malattia mentale, come nel caso dell’oggettofilia; la scissione verticale avrà buon gioco a ridurre il residuo di distanza tra umano e androide non ancora saturato dalla tecnologia. Ecco perché vivere con un robot sessuale sarà un’opzione emotivamente possibile per una parte di noi.

CR

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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