Donne maltrattate: conviene davvero considerarle solo vittime?

Martedì 15 dicembre la Commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento alla Legge di Stabilità che, in dieci righe, afferma Giulia Siviero, «distrugge l’esperienza e i saperi raccolti negli ultimi trent’anni dai Centri Antiviolenza sulla violenza contro le donne».
L’emendamento dice: «(…) è istituito un nuovo codice di accesso alle strutture ospedaliere di pronto soccorso denominato ʿCodice Rosaʾ, con la finalità di tutelare le persone appartenenti alle fasce della popolazione cosiddette ʿvulnerabiliʾ che, nell’ambito delle relazioni affettive o di fiducia, più facilmente possono essere psicologicamente dipendenti e per questo vittime della altrui violenza con particolare riferimento alle vittime di violenza sessuale, maltrattamenti o stalking.

«L’emendamento» continua la Siviero, «considera le donne come ʿoggetti di tutelaʾ paternalistica o come soggetti deboli e vittime innanzitutto della loro dipendenza affettiva (e di conseguenza della violenza altrui) non uscendo in alcun modo da quegli stereotipi e da quel simbolico che stanno alla base della discriminazione e della violenza contro le donne. È la dipendenza affettiva delle donne che causa il femminicidio? Non la violenza maschile e le collusioni sociali e istituzionali che colpevolizzano le donne che chiedono aiuto? Evidentemente no. Le malate siamo noi».

Inoltre, sempre la Siviero continua sostenendo che richiedere delle cure coinciderebbe con l’avvio di un percorso giudiziario o comunque di altri interventi istituzionali con il conseguente effetto che, pur di evitare di essere inserite nel «programma protezione», le donne semplicemente non andranno in ospedale.

Sono d’accordo su questo secondo punto, ma proprio perché dissento sul primo. Mi spiego. È verissimo: se il luogo del soccorso diviene pure lo spazio automatico della presa in carico da parte dei diversi servizi deputati alla tutela, come nelle intenzioni del «percorso rosa», le vittime lo eviteranno o eluderanno la sua attivazione dissimulando le origini delle lesioni per cui cercano soccorso. Ma questo fanno e faranno non solo per timore, come è sostenuto, che il carnefice si inasprisca verso di loro, ma ancora prima perché sono loro stesse non pronte a emanciparsi da un rapporto di co-dipendenza di cui sono, sì, vittime, ma anche co-artefici. E questo senza voler in nessun modo diluire le responsabilità di coloro che maltrattano.

L’analisi delle storie di queste coppie, infatti, svela un nucleo problematico della vittima che esprime dei tratti autodistruttivi e ambivalenti in cui il partner «sano» – se preferite, la vittima – organizza la sua esistenza in funzione dell’altro e delle sue debolezze (compresa la violenza), senza la quale le sembra impossibile continuare a rivestire un importante ruolo di sostegno, e questo anche ove ciò comporti gravi sofferenze e implichi comportamenti abusanti o maltrattamenti da parte del partner. Se non capiamo questo, se continuiamo nella logica femminista della «vittima e del carnefice» non facciamo un buon servizio a queste donne che continueranno a essere maltrattate non solo dai loro partner, ma anche da un’ideologia che, relegandole nel ruolo di vittime, piuttosto che di corresponsabili emotive di ciò che stanno subendo, non consente loro di affrontare terapeuticamente gli aspetti costitutivi della loro co-dipendenza.

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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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