Dentro la mente dello stalker

«Una settimana prima di essere uccisa a Perugia dal marito, l’avvocato Raffaella Presta si era fatta un selfie del proprio volto tumefatto e lo aveva spedito al fratello e all’amica più cara. Perché nessuno ha denunciato?»

Se la risposta alla domanda di cui sopra necessità di un’analisi sociologica, non di meno mi pare utile tracciare una sintetica mappatura di ciò che accade nella mente di uno stalker. Per primo, il comportamento di stalking è da intendersi come una particolare forma di dipendenza relazionale. Lo stalker non è pertanto interessato davvero alla vittima, ma alla relazione; la vittima sarebbe perciò in qualche modo un mezzo e non un fine del comportamento. Questa è una sottolineatura essenziale perché, da principio, la vittima rilegge la molestia assillante dello stalker come una manifestazione d’amore, sia pur male espressa.

In realtà, lo stalker ha una ridotta capacità di autogestire i suoi stati emotivi (deficit di autoregolazione emotiva) e ogni volta che un evento scatena in lui degli affetti negativi, la soluzione prevede l’utilizzo di un agente esterno (la sua compagna) che con la sua stessa presenza gli consente di sedare le emozioni negative. La compagna assume quindi una funzione eteroregolativa che genera nello stalker un vero stato di dipendenza emotiva per cui egli non può più fare a meno di questa compagna/droga in caso di stati affettivi negativi.
Un secondo aspetto dello stalker tipico è che è incapace di cogliere in maniera funzionale e sana gli stati emotivi altrui e in particolare le reazioni causate dalle proprie azioni, poiché non comprendere la vita mentale delle persone con cui si relaziona.

Terzo, spesso lo stalker vive permanentemente in una sorta di rifugio della mente che comporta una perversione del dato di realtà: il soggetto rimane intrappolato all’interno del suo rifugio e percepisce di non poterne uscire senza mettere a repentaglio il suo stesso benessere emotivo. Ecco perché tende a continuare a essere assillante nonostante le querele che nel frattempo subisce. Tutto questo non dura all’infinito, la buona notizia è che, come risulta dalle meta-analisi svolte sugli studi disponibili (Spitzberg e Cupach, 2007), il comportamento assillante dura in media due anni e poi tende a esaurirsi. Ma nel frattempo bisogna sapersi difendere in modo adeguato evitando di cadere in comportamenti complementari che hanno l’effetto di implementare quelli di stalking.

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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