Covid-Otium

Un’entità submicroscopica ha scompaginato la nostra esistenza. È di nuovo accaduto: Davide ha sconfitto Golia; di nuovo i signori del mondo hanno dovuto arretrare innanzi agli oscuri disegni della natura. Quale sarà il lascito di questo sbandamento? La domanda non può che essere aperta e ci vorrà tempo per risposte compiute. Però qualche parola merita un particolarissimo figlio dell’appena trascorsa segregazione: l’ozio. Intendendo però qui l’otium come lo intendevano e lo praticavano prima i greci e poi i latini.

Una brevissima disgressione è utile per meglio intendere l’occasione che la contingenza del virus ci ha deposto tra le mani. Sì, perché il tempo sospeso del lockdown, che ci ha strappato dalla pressione del fare, ha prodotto un vuoto benefico, un’assenza che abbiamo potuto colmare di  pensieri su di noi e su cosa per noi abbia senso, abbiamo avuto più tempo per fare buone letture,   per contemplare cose belle, per gustare cose buone, per riannodare con le persone vicine senza la mediazione di una connessione. Tutto ciò in una parola è otium. Lo abbiamo intercettato senza volerlo e per via della fatale contingenza della pandemia. Questa esperienza, estranea alla modernità, l’avevamo studiata sui banchi di scuola ma mai davvero compresa. Ed ora che la vita si riavvia sui noti binari del fare – per dirla come i latini, del negotium – ci è richiesto di ricusarla. Certo, perché l’otium non si può che praticare in clandestinità. Ma ci fu un tempo in cui l’otium, lungi dall’essere un corpo estraneo e inviso, era anzi la stella polare dell’esistenza dei privilegiati. C’è stato un tempo in cui la ricerca della «buona vita» aveva un grande valore, anzi era il cuore dell’esistenza. Virgilio in un passo delle Bucoliche racconta che «i Greci nell’epoca del loro splendore non avevano che disprezzo per il lavoro, solo agli schiavi era permesso di lavorare: l’uomo libero conosceva esclusivamente gli esercizi ginnici e i giochi dello spirito… I filosofi dell’antichità insegnavano il disprezzo per il lavoro, degradazione dell’uomo libero; i poeti cantavano l’ozio, dono degli dèi». Ovviamente è un modo di intendere le cose assai diverso dal nostro, dove il lavoro è la condizione di ogni diritto. A ogni modo con la decisa affermazione della cultura greca anche le classi dirigenti romane rivalutarono quel momento di eccellenza separato dalle preoccupazioni della vita quotidiana e rivolto alle superiori necessità dell’essere.  Lo contrapposero al negotium, cioè agli affari, al lavoro, a tutte quelle attività necessarie agli individui per garantirsi la sopravvivenza. Insomma, il negotium era per gli schiavi, l’otium per i privilegiati. Certo abbiamo alle spalle una lunga e sanguinosa storia che ha portato al superamento della dicotomia tra uomini ritenuti tali a pieno titolo perché liberi dal lavoro e uomini schiavi. Questa conquista, che è tale, ha avuto dei prezzi, tra cui la caduta in disgrazia della cultura dell’otium. È vero però, e lo abbiamo appena sperimentato in questo tempo di lockdown, che non tutto ciò che abbiamo dovuto lasciare andare per evolvere socialmente ha in sé solo male. Ma è andata così, e da tempo l’otium non gode di buona fama. La teologia morale del cristianesimo, per alienargli ogni residua nostalgia umana, gli ha stravolto pure il nome. Così l’ozio, cioè il tempo in cui non si svolge nessuna attività particolarmente profittevole, ha preso il nome di accidia. È diventato indolenza a operare il bene, trascuratezza dei propri doveri con il risultato di guadagnarsi il titolo di vizio capitale. Ma i vizi, si sa, attirano simpatie perché l’esplicito interdetto a praticarli assicura loro un certo spazio nel cuore degli uomini. Salvo? No! Perché la condanna senza appello dell’ozio si perfeziona successivamente nell’humus culturale protestante che afferma l’idea della sacralità del lavoro, che quando genera buoni frutti offre al credente la prova della benevolenza divina nei suoi confronti. E se pure Oscar Wilde si incomodò ad osservare che «non far niente è il lavoro più duro di tutti» poco incise sul precedente zelo puritano propagandato da Benjamin Franklin che dettò la via con l’infelice aforisma «presto a letto e presto alzato fa l’uomo sano, ricco e assennato». Insomma, l’epitaffio dell’ozio meglio dell’otium.

Ma alcuni hanno se non inteso certo intuito le virtù dell’otium durante la pandemica segregazione: hanno fatto esperienza di ciò che rimanda noi all’interno di noi; di ciò che accende il desiderio di emancipare se stessi dal ristretto ambito di conoscenza del proprio negotium; di ciò che dilata il tempo interstiziale tra una cosa fatta e un’altra da fare; di ciò che dà il tempo di testimoniare di sè all’altro. In ciò che ci disloca dalla frenesia del nostro negotium c’è insomma un pensare che è in sé buona cosa perché apre su di noi e per noi prospettive nuove e per certi aspetti eversive. Quanti di noi infatti hanno furia di riprendere lo stile e il ritmo di vita prepandemico?

I rischi connessi al pensare tolgono il sonno ai sacerdoti della cultura del negotium, che aborrono l’otium al punto da averlo trasformato in ozio, cioè nel parente miserabile del «dolce far nulla», del «tempo per ricaricare le pile», e sempre a patto che in breve si torni a praticare bovinamente il negotium. Così per scongiurare il rischio che l’ozioso nel tempo vuoto della vacanza inciampasse nell’otium è stato necessario trasformarla – la vacanza – in un ennesimo prodotto da vendere. I professionisti del turismo hanno confezionato la vacanza feticcio che promette e fornisce esperienze culturali, emozioni e anche il paradiso in terra, se andate alle Maldive. Chi lo compra ne trae di solito soddisfazione e al suo termine si rammarica che l’eden appena lambito sia già perduto. Ricorderete lo spot pubblicitario che inscenava la crisi post crociera di una signora da poco ri-sprofondata nel negotium. Ma è proprio e solo il ritorno al lavoro che consente di prefigurare la possibilità di riagguantare presto di nuovo la vacanza feticcio. Il meccanismo, bisogna dire, è oliatissimo: lavorare molto per godere un poco e, su tutto, scansare il rischio del pensare. Ora, qui, nel filo del mio ragionare, non interessa qualsivoglia beneficio si tragga dalla vacanza, e ce ne sono, ma il rapporto di stretta consequenzialità che essa intrattiene con il negozium e il suo esserne funzionale. Ne è infatti giustificazione, perché la percezione di senso della vita è allocata in ciò che ci possiamo concedere grazie al denaro che accumuliamo con il negotium. Ecco il fatale passaggio che salda il soddisfacente sodalizio denaro-lavoro. Ecco il diabolico ingranaggio che ha nell’otium il suo nemico più temibile. Tutto deve convergere affinché nessuno possa addentrarcisi e nella «pace» conoscersi. Ecco così che la vacanza, sempre compressa nella sua durata per le indiscutibili ragioni del negotium, si riduce a essere una convulsa sequenza di esperienze sensoriali, certo piacevoli e spesso arricchenti, ma tutte funzionali a evitare che in noi si attivi l’esperienza del vuoto, dell’assenza. Ciò in evidente contraddizione con l’etimo della parola vacanza, che deriva dal latino vacans, appunto «essere vuoto, sgombro, libero». Lo sappiamo, ogni cosa bella, attraente, piacevole nel contempo dà e sottrae. Fin qui mi sono riferito alla vacanza, ma anche il piacere dello shopping, dello spettacolo sportivo e della rappresentazione culturale ci in-trattengono, come dire, in una non-mancanza, in un non-vuoto, otturando la funzione del pensiero per la quale è necessario tempo e assenza. Ora il pensiero è il figlio più bello dell’otium, ma anche quello più inviso alla cultura del negotium, per la quale ciò che più conta è l’agire e non certo il pensare. Infatti, il lavoro, la vacanza, lo shopping, l’essere spettatore di qualcosa avvengono tutti nel segno della fruizione e dell’azione che hanno il fine, non dichiarato, di farci scansare l’esperienza dell’assenza.

Da diverse generazioni il negotium è animato dal mito della crescita (continua) che è ormai diventata una forma mentis, un rimedio all’angoscia, una garanzia per sé e i propri figli. Siamo divenuti gli obbedienti funzionari di quest’idea fissa che ha trasformato la società in una società del lavoro, fino a farci coincidere con il nostro lavoro. Insomma, oggi chi non lavora non esiste, ma attenzione perché anche il tempo libero, dello svago, ha assunto le sembianze del lavoro. Nei ritagli di tempo strappati alla routine produttiva l’otium non riesce a manifestarsi appieno, rimane incompiuto, annichilito dalle scadenze martellanti del fare. Il loisir (il tempo libero) teorizzato dal sociologo Dumanzedier – ovvero il complesso di occupazioni svolte in maniera disinteressata, senza il perseguimento di un fine se non lo sviluppo e il perfezionamento del sé – stride con il capitalismo d’assalto, che furbescamente traveste e deforma l’otium suggerendo allenamenti estenuanti, diete purificatrici e aperitivi salottieri. E così tutto ciò che non è negotium procede comunque sotto l’insegna del fare. Ma l’opposto del fare, l’ho detto, è il pensare. Questi, diversamente dall’agire, richiede tempo perché prosperi intorno all’assenza di qualcosa. Nelle nostre vite però il passaggio dalla presenza all’assenza è stato ad arte intasato dal lavoro, dalla vacanza feticcio, dagli oggetti immediatamente fruibili, dalle connessioni permanenti che hanno soffocato l’assenza necessaria al pensiero e al desiderio. Ma se tutto è sempre presente, nessuno spazio è lasciato all’evocazione dell’assenza e quindi del pensiero che di questa si nutre. Ho detto «ad arte», perché il pensiero, figlio dell’assenza, è il padre del cambiamento. Infatti, solo se ci mettiamo a pensare possiamo ad esempio riconsiderare il concetto di lavoro: potremmo mutare le nostre priorità esistenziali; considerare che è deleterio che il lavoro sia l’unico indicatore di riconoscibilità dell’uomo; riconoscere che abbiamo scambiato l’amore per i figli con le cose da garantire loro; capire che una agenzia di viaggio non è il luogo adatto per dissolvere le nebbie della nostra anima. Potremmo pensare che abbiamo venduto la nostra vita intima affidando al mercato il compito di seguire i nostri anziani, i nostri figli e chiederci quante parti di questa nostra vita vengono vissute da altri; che forse il denaro non trasforma tutte le nostre deficienze nel loro contrario; e potremmo anche ascoltare il silenzio della nostra interiorità, da troppo orfana di quel tempo d’ascolto di sé e dell’altro senza il quale ciascuno di noi si smarrisce e perde la giusta misura. Il pensare contiene in sé un lampo di rivoluzione. Ecco perché abbiamo un disperato bisogno di riappropriarci del tempo e dei metodi dell’otium. Sentivamo il bisogno di questa pratica dello spirito, ma non ne conoscevamo neppure più il nome. L’abbiamo delegata a falsi maestri che ne hanno fatto il mercato del new age, perché siamo stati istruiti che ciò che ci abbisogna non si può che comprare. Ma ora che il virus ci ha imposto e donato l’esperienza della segregazione abbiamo sperimentato che in quel tempo sospeso, vuoto, spurgato dalla pulsione all’azione, abbiamo ricominciato a pensare. Non smettiamo, abbiamo troppo bisogno di riavvicinarci a una «vita buona», che non sia troppo monopolizzata dal lavoro, dagli affari, dal denaro, dal negotium, che sono la nostra nuova schiavitù che non lascia tempo alle infinite attività per cui vale di vivere la vita.  Chiudo con questo pensiero di Seneca dal De brevitate vitae: «Soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant, soli vivunt» («Soli fra tutti sono gli ‘oziosi’, quelli che dedicano il tempo alla saggezza, solo essi vivono»). Penso che oggi sarebbe impossibile allinearsi a questo concetto, ma tenerne conto è sicuramente utile.

CR

 

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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