Com’eri vestita quando sei stata abusata?

«Well, What Were You Wearing?» (Beh, ma com’eri vestita?) è il progetto della fotografa americana Katherine Cambareri che ha ritratto su uno sfondo nero gli abiti che alcune donne indossavano quando sono state violentate. Guardate e giudicate. È evidente l’intento di dimostrare che l’abito non fa lo stupro, decostruendo il mito maschilista «che in fondo se lo sono cercato, erano troppo provocanti e l’uomo è uomo!». Concordo assolutamente con questa operazione culturale, a patto che non serva a edificare un altro mito: quello dell’innocente che incappa casualmente nella cieca turpitudine del mostro. Che le vittime siano innocenti (limitatamente all’abuso che subiscono) è un dato di fatto innegabile, che a volte siano ingenue, stupide o incaute lo è pure. Anche cappuccetto rosso qualche responsabilità ce l’ha avuta; certo, mi direte, che se aveva voglia di passeggiare nel bosco ne aveva ben diritto. Sì, ce l’aveva, ma nel bosco il lupo c’è e il tema del diritto non lo appassiona molto. I diritti non eliminano i pericoli! 

Mi spiego: a Newcastle (UK), dove ho fatto il mio apprendistato per imparare a trattare gli autori di reati sessuali, alla sera, in giro per la città, c’erano solo giovani, in locali in cui si beve senza misura e polizia. Le ragazze erano vestite in modo succinto ed era inverno. Le stesse ragazze dei campus universitari americani, i cui vestiti sono oggetto dell’iniziativa della fotografa su citata, nei party di fine settimana sciolgono nell’alcol la loro capacità di individuare il pericolo, accompagnandosi così a conoscenti a cui l’alcol ha fatto, intanto, crescere il pelo. Sono vittime, certo, ma incaute.
Quindi, attenzione: creare miti non aiuta a interpretare la complessità del reale che è l’unico terreno su cui può prosperare una prevenzione efficace che deve coinvolgere tutti, anche le potenziali vittime che, prima dei mostri, sono vittime – innocenti – del mito «del diritto di fare ed essere come vogliono», ovunque siano. Non dimenticate, dunque, che i diritti ci raccontano del mondo che vorremmo e per cui siamo (magari) disposti a batterci, ma nondimeno dobbiamo pure saper leggere quello vero, in cui viviamo.

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Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

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