Ascolto o psicofarmaci? Una contrapposizione confusiva

«Sostituiamo gli psicofarmaci col dialogo e l’ascolto, impariamo ad accettare i lati in ombra della vita.» Ecco l’incipit dell’articolo su La Stampa che illustra la conferenza del prof. Eugenio Borgna tenuta di recente all’Ospedale Maggiore di Novara.

È una frase che sicuramente piace! Ha presa, è ciò che ci piace sentire. Eppure mi suscita non poco fastidio. Eugenio Borgna è uno dei maestri riconosciuti della psichiatria ermeneutica fenomenologica in Italia, i suoi libri hanno grande successo e, aggiungo, con merito. Ma anche lui cade nella trappola della celebrazione di se stesso e del suo modo di intendere la psichiatria. Certo, per darsi valore bisogna essere alfiere di qualche cosa e battersi contro qualcuno. La psichiatria scientifica biologistica sembra fare al caso del professore, perché sarebbe, a suo dire, un modo di far terapia in linea con un momento storico in cui non c’è tempo e pazienza per accettare il dolore come manifestazione dell’esistenza. Devo ammettere che quando ascolto chi celebra il dolore mi viene l’orticaria, sarà forse che sono uno psichiatra edonista votato al piacere? Non penso ma, da medico, intendo che il dolore, anche quello psichico, vada combattuto e poi dopo, ma dopo, riflettuto, ovvero trasformato in oggetto di introspezione, se è il caso. Perché alcune volte la sofferenza mentale è solo di natura biologica. Questa è la vera sfida per lo psichiatra: non la diagnosi, ma capire come meglio deve declinarsi l’intervento terapeutico tra trattamento biologico, supporto e introspezione. È troppo facile dividere il mondo in psichiatri buoni e cattivi, ascoltatori pazienti o somministratori di psicofarmaci. Facile e fuorviante. Non penso che il prof. Borgna volesse davvero trasmettere ciò che poi risulta dall’articolo, ma questo è il messaggio che passa ai lettori. Se domani il loro psichiatra proporrà una terapia psicofarmacologica sarà guardato, al meglio, con sospetto. Comunicare è un’arte diversa dallo scrivere libri belli e dotti ed è una responsabilità, tanto più grande quanto più seguito si ha. Il rischio (grave) quando si parla di sofferenza mentale, è la disinformazione. La prassi psichiatrica è fatta di ascolto e di terapie, anche biologiche. E per fortuna che esistono! Perché fingere di dimenticarsi le infauste prognosi del disturbo depressivo maggiore ricorrente, del disturbo bipolare o della schizofrenia nell’era pre-farmacologica? Perché non ammettere che se abbiamo superato i manicomi e siamo in procinto di chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) ciò è grazie ai progressi della psicofarmacologia? Invece no, un bel discorso in cui il suo credo terapeutico diventa la giusta via, contrapponendo colui che ascolta ad altri – nani – che farebbero un uso semplicistico della psicofarmacologia. Io non conosco psichiatri di tale fatta, ne conosco di più bravi e meno, di più intuitivi o meno, di più coraggiosi o più prudenti. Nessuno di questi pensa, e io con loro, di risolvere, sedando un’emozione, animati da un edonismo intollerante a tutto ciò che è umana sofferenza. Piuttosto al clinico tocca il delicato compito di intuire che cosa sia meglio per il paziente; e a volte il meglio è proprio una terapia psicofarmacologica che permette poi a questi di accedere a interventi più ermeneutici o per lo meno di natura psicologica. Così, parlando in pubblico, il professore dà la sponda a tutta quella ciurmaglia che, nulla sapendo di psichiatria e degli abissi del dolore psichico, si prodiga a fare una battaglia contro psicofarmaci e dispensatori di questi. Dà carburante a chi alimenta la disinformazione. Dovrebbe stare più attento perché – se pure è a tutti nota la sua competenza nel campo della fenomenologia psichiatrica – questo modo di fare la psichiatria non è la pietra miliare della buona pratica, ma è solo una delle possibili pratiche. È un modo riconosciuto, ma non la via regia. Scrivere libri affascinanti e profondi è un merito, ma parlare in pubblico con l’aurea del maestro è una responsabilità delicata che, se non correttamente incarnata, rischia di creare pericolosi gorghi di disinformazione. Se poi questi gorghi sono alimentati pure dagli psichiatri che si fanno belli gettando luci fosche sulle altre anime della psichiatria – nel caso quella biologica –  non si fa certo un servizio a chi si dibatte nel dolore della malattia mentale.

Leggi l’articolo di partenza


, , , , , ,

Carlo Rosso

Medico, specialista in psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. Da anni studia e cura i disturbi dello spettro depressivo, bipolare panico/fobico, oltre ai disturbi d'ansia e alle disfunzioni del comportamento sessuale.

Continuando ad usae il sito accetti i termini sui cookies. info

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi